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Racconto di Salvatore Gotta

Melchiorre, Gaspare, Baldassarre

Il pastore Gelindo era sceso dai suoi monti fino a Gerusalemme per vendere qualche dozzina di formaggetti, poi che là, nella grande città, la numerosa gente venuta per il censimento ancora affollava le strade e gremiva gli alberghi.
Con il cesto sotto il braccio egli camminava lento e gridava:
Oh, formaggi e formaggetti! Chi ne vuoI comprare? A buon prezzo, a buon prezzo!
Veramente pareva che quel suo grido lungo e sempre uguale infastidisse più che non allettasse i passanti. I quali non si degnavano manco di guardargli nel cesto e, giunti presso di lui, levavano le mani con gesto sprezzante  come per dirgii:
Non sappiamo che farci dei tuoi formaggi a buon prezzo
Il pastore Gelindo aveva il viso glabro ed ossuto, l'occhio fisso ed ingenuo, l'aria semplice e fantasiosa come tutti i pastori: epperò quella numerosa gente agghindata  all'ultima moda,  scettica Il e furba, lo guardava ridente, come se dovesse apprestargli una burla ad ogni passo.
Ehi, buon uomo, quanto all'etto la ricotta?
Due donne, avvicinateglisi, rialzarono i bianchi umidi lini nel paniere e guardarono.
Cinque o sei ragazzacci gli si aggrupparono
intorno e con spinte e sghignazzate e vane domande tanto lo stordirono che egli ad un tratto gridò:

Oh, insomma, andate al diavolo!
Se ne andarono di corsa quei furfanti ridendo, e il pastore
Gelindo si avvide intanto che gli avevano tolto un sacchetto di ricotta:
- Ah, birbanti!  Ah, ladroni! Sono cose da fare con un povero forestiere? Nella città, bisogna pur dirlo, c'è della gran canaglia.
Povero me! Son venuto fin qui sperando di tirare qualche soldo perché lassù a Betlemme si muore di fame, e ho fatto un bel guadagno!
Era giunto, intanto, ad una vasta piazza dove la turba si affollava di più che altrove e specialmente davanti a un grandioso palazzo.
Che cosa c'è? Che cosa c'è?
S'udirono squillar tube d'argento: la folla si divise in due ali, si prostrò al suolo: un cocchio tutto d'oro avanzava lentamente, scortato da una falange di pretoriani a cavallo.
E: il re..
Il re Erode!
Gelindo si protese a grandi spinte, cercò di farsi avanti, impedito dal cesto che urtava nei fianchi della gente.
Piano, ohi, con questo cesto! Villano!
Scarpone!
Indietro!
A un tratto s'ebbe un urto così violento che cadde in terra, il cesto gli ri rovesciò e i formaggetti e la ricotta andarono a finire sotto i grossi piedi di un filisteo.
Oh la mia roba! La mia roba!
Raccattato quel poco che poté salvare, avvilito e malconcio, il pastore se ne stava in disparte contro il muro, quand'ecco tre individui stranissimi, vestiti riccamente come maschere, gli vennero
vicino e gli parlarono con dolcezza.
Amico, amico! - disse l'uno che aveva il viso nero come la spranga dell'alare. - Amico, accostatevi.
Gelindo, irritato, ché temeva non dovesse finir più la sequela de' suoi danni  in quel giorno sfortunato, rispose malamente:
Eh, via! Vadano pei fatti loro, signore maschere.
Un altro dei tre re, ch'era il più vecchio e aveva negli occhi il sole d'un deserto lontano, aggiunse:
Amico, siamo nuovi a queste contrade. Vorreste darci un prezioso ragguaglio.
Se vogliono comprare questa poca ricotta che mi resta; mi fanno una carità.
Ma se vogliono burlarsi di me...
Il terzo, che mostrava nel volto severo la bellezza d'un'anima poetica, disse grave:

Buon uomo, ci occorre sapere il ricetto del Re che è nato pochi giorni or sono.
Oh, oh!  Il Re che è nato pochi giorni or sono? Il  re Erode è vecchio come un cuculo.
Almeno, saranno pochi giorni che a lui è nato un figlio?
Gelindo si restrinse nelle spalle:
Potrebbe darsi, ma io non ho sentito dir niente. Però io non sono di qui; io faccio il pastore e abito dalle parti di Betlemme e vado capitando in città di sette in quattro per vendere cacio e ricotta.
Ne vogliono comprare?

Voi siete un pastore? - disse il vecchio illuminandosi in viso e alzando gli occhi al cielo. - Oh che l'Eterno sia benedetto!
Mostraci tu la dimora del re Erode. Quindi aspettaci sulla soglia.
Sarai la nostra guida fra questa gente rozza, perduta nella tenebra.
Vieni con noi; n'avrai la ricompensa per l'anima tua semplice che la luce del sogno può illuminare. Tu vedrai la nostra stella.
E il pastore Gelindo, che amava le stelle, sapeva cantare e sonar di zampogna, fu attratto dal mistero di quelle dolci parole e seguì i tre ignoti individui vestiti di fantastici colori.

La bella favola dei Re Magi, con tutto il suo umano calore, trasporta il tuo pensiero in un mondo lontano nel passato, tanto diverso dal tuo, in un'epoca di immensa importanza morale e storica.
Il povero pastorello Gelin
do, solo tra la folla indifferente, attrae subito la tua simpatia e vorresti poterlo aiutare contro i malandrini che lo derubano.

Lo squillo delle trombe d'argento ti coglie di sorpresa e tutta la pompa della quale Erode ama circondarsi, mentre passa tra la folla che si scinde e prostra al suo passaggio, non ti affascina, ma ti appare come una ingiustizia rispetto alla povertà di Gelindo.
La scena appare ora totalmente diversa, come accade in teatro tra un calar e un rialzar di sipario: ti ritrovi nella sala del trono di Erode. Saresti anche tu intimidito di fronte ad un re così superbo, circondato da uno stuolo di personaggi importanti, sapientemente descritti da accenti ricchi di pittorica vigoria. Nota come il loro linguaggio sia pieno di pomposa ricercatezza, per accrescere l'importanza dell'insieme.
Bellissime, piene di una misteriosa musicalità, sono le presentazioni dei tre Re Magi i quali, col riferimento ad una forza arcana ed irresistibile che ha condotto i loro passi sino a Gerusalemme, turbano nell'intimo il re e gli alti dignitari.
Gelindo, ispirato dal ricordo, è piacevolmente semplice nelle colorite espressioni contro se stesso, tipiche della parlata popolare, e guida di tre re verso Betlemme.

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