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Poeti Emergenti -
Racconto di Simone Stella
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Non so cosa mi prese quel giorno -



Sarà stata rabbia repressa per troppi anni, troppe ansie e troppe delusioni, troppe sconfitte e troppe umiliazioni. Forse troppo dolore. Non lo so. Ma quel che accadde segnò la mia esistenza.

Erano le 13 di un giorno d’agosto, il caldo ci uccideva tutti. Il sudore invadeva ogni parte dei miei indumenti, nei quali smaniavo terribilmente sognando l’ora in cui sarei rientrato a casa e mi sarei fatto una doccia fredda. Il sole picchiava sulle teste con la forza di un pugile campione dei pesi massimi. Arrivai al piccolo market dove mi servivo di solito.

Mentre stavo varcando la soglia del negozio, un grido alle mie spalle mi bloccò di colpo:

<< Guido! >>

Rimasi paralizzato. Era la voce di mia moglie. Ma mia moglie era morta tre anni prima per un cancro all’utero. Non era possibile.

Per un attimo immenso il tempo cessò di esistere. Immobile, non mi voltai. Ripresi ad entrare.

<< Guido! Ti supplico fermati! >> implorò la voce, quasi rotta da un singhiozzare. Sembrava piangere disperatamente.

Stavolta mi girai e non vidi nessuno, la strada era pressoché deserta. Il sangue mi si gelò nelle vene. Dopo un po’ scossi la testa, dicendo a me stesso che era colpa del solleone dell’ora di punta, che probabilmente mi aveva molto disidratato e mi aveva fatto male alla testa, e forse questo poteva avermi causato qualche allucinazione uditiva. Entrai nel market.

<< Nooo! Non entrare! >> disse la voce alle mie spalle. L’insistenza di quel fenomeno, nonostante io cercassi di rassicurarmi e ignorarlo, mi turbava. Quel grido scemò man mano che mi avviai a prendere un cestello per fare la spesa.

Lo sbalzo fra il caldo torrido dell’esterno e il freddo dell’aria condizionata sparata a mille dentro al market mi fece avvertire una leggera vertigine, e stranamente non provai alcun sollievo. Proseguii oltre la sbarra d’entrata. Un senso di angustia si insinuava dentro di me man mano che prendevo ciò che dovevo acquistare. Arrivò al culmine quando fui alla cassa per pagare.

Il cassiere, giovanottone palestrato tutto muscoli e abbronzatura, dallo sguardo assai strafottente, masticava un chewingum a bocca aperta. Era una delle cose più insopportabili del mondo, almeno per me. Lo fissai con uno sguardo di disapprovazione, e lui ricambiò con un’espressione annoiata mentre continuava a passare la spesa sopra il lettore dei codici a barre. Per un attimo mi risuonò nella testa il grido che avevo sentito prima di entrare in quel posto “Guido! Ti supplico fermati!”, ma scacciai subito quel pensiero perché il cassiere mi stava fissando con la sua aria di sufficienza aspettando che io gli dicessi in che modo volevo pagare. Gli passai la mia carta di credito. Sbuffò.

Come poteva atteggiarsi in quel modo? Quel bastardo cercava guai, ma tirai un respirone, digitai il mio Pin sulla tastierina che mi fu porta in modo alquanto sgarbato, e premetti Invio. Un suono strano, che pareva annunciare un’anomalia, uscì dal congegno. In quell’esatto istante sentii chiaro e forte << Guidooo! Fermati! >>. Iniziai ad inquietarmi e sudare freddo. Fissavo con orrore le mani che mi tremavano. Avevo un senso di paura, come di non poterle controllare.

Il cassiere mi si rivolse scocciato: << Guardi che lei non ha credito in questa carta. >>

<< Non è possibile, ci dev’essere un errore >> ribattei esasperato.

Lui fece una smorfia che mi accese dentro un fuoco fatto di ira allo stato puro. Tremavo visibilmente, e la gente in coda dietro di me iniziava a fare qualche passo indietro, diffidente. Alcuni sporgevano dalla fila incuriositi.

La curiosità della gente, il fare strafottente del cassiere, mi stavano incendiando l’anima.

<< Guido! Nooo! >> è stata l’ultima cosa che ho sentito dentro la mia testa. Ormai ero convinto di essere in preda ad un attacco di schizofrenia.

Il cassiere si sporse dallo sgabello, mi fissò con il suo sguardo scocciato, e disse: << Allora che vogliamo fare, eh? Qui c’è gente che aspetta! Paghi con qualcosa oppure si faccia da parte, che io devo lavorare. >>

Non so cosa mi prese. Tutto quello che è successo dopo quell’istante lo ricordo come una striscia di avvenimenti che si succedono rapidamente, a velocità triplicata. Riesco solo a focalizzarne i punti salienti: un paio di forbici appuntite appena prese dal market che non avevano involucro; io che stringo nella mano destra le forbici mentre con la mano sinistra tengo per il colletto della camicia il cassiere; le forbici che affondano violentemente nel suo petto; un abbondante fiotto di sangue che finisce sulla mia maglietta; lo sguardo terrorizzato del cassiere; un rivolo di sangue che gli esce dalla bocca; le urla della gente che scappa; il senso appagante della vendetta; un’improvvisa sete di sangue; un altro colpo al corpo agonizzante del cassiere; un’altro colpo ancora al suo stomaco; un altro ancora, profondo, nel suo ventre; una sirena; un infinito schizzo di sangue sul mio viso, sulle mie labbra; un colpo alla testa; il buio.

Non so cosa mi prese quel giorno. Me lo chiedo ancora oggi, nella mia piccola cella. Ero un onesto cittadino e credo d’esserlo ancora. Ma in un frangente della mia vita il destino ha cambiato corso, senza chiedere il mio parere. O forse il mio parere l’ha chiesto?

Ogni tanto vado alla finestrella, guardo da dietro le sbarre il cielo limpido e il senso di libertà che ispira, e urlo ferocemente di dolore, pensando alla voce di mia moglie.