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Poesia di Antonio Fatiga
1952
Il mio paese

Cintato dai monti di pietra,
sul piano distese di  grano,
sui colli giganti d’ulivo.
In mezzo scende il fiume…
tra boscaglie e ciuffi d’erba,
aranceti orti e mulinelli.
L’acqua scende piano,
tra curve e massi bianchi…
sembra un pianoforte.
Una sola uscita…
Dai vicoli senza marciapiedi,
che s’infilano tra le case…
a uno, a due, e a tre piani.
Nulla usciva dalle finestre a nido d’ape,
nessun cenno d’identità, nessuna attività…
sembrava stare in libertà.
Non c’era miseria n’è ricchezza,
ci viveva la piccola borghesia,
con i risparmi in una calza di lana…
dietro le facciate semi abbandonate.
Le grondaie arrugginite, e i muri…
pezzo a pezzo sgretolati.
Il mio paese… tranquillo!
Stretto nel cuore della valle,
risale a centinaia d’anni fa.
A giudicare da certe vetrate,
Si scorgevano qua e là…
Muri spezzettati, case disabitate.
Porte e finestre prese a fucilate.
Io e lei abitavamo là…
Tra i motivi floreali.
Mi ricordo il giorno e l’ora…
del primo appuntamento.
Mi ricordo il cancello e due scalini…
prima di giungere al portoncino!
Guardavo il giardino cintato di fiori…
mentre aspettavo che mi venisse ad aprire.
Mi ricordo che mi prese la mano…
Prima di farmi entrare: gli obbedii:
quando mi disse di aspettare…
che sorga il sole prima di uscire.
Mi sono fermato a guardare…
Ho visto i muri di pietra lacrimare,
Mentre cadeva la pioggia.
Ho udito l’urlo del vento…
Mentre piegava le cime degli abeti.
So come gli abitanti si riparano dal freddo.
So che d’estate la vita diventa pigra…
con i vasi di gerani alle finestre,
e i gatti addormentati al sole.
Di giorno e di sera i vicoli sono vuoti…
Salvo un carretto che tornava dai campi.
Lei abita ancora là…
tra i ruderi e gli arbusti floreali.
Ho udito le campane suonare…
E il campanile contare le ore.
Non ricordo quanti passi contai,..
prima che mi desse la mano.