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scapigliati
La scapigliatura e la bohème

Al romanticismo languido e vuoto reagirono un gruppo di scrittori lombardi chiamati Scapigliati. Il nome venne loro da un romanzo di Cletto Arrighi (pseudonimo di Carlo Righetti ) intitolato La Scapigliatura e il 6 febbraio, termine che traduceva, in un certo senso, il francese «bohème».
Tale nome stava ad indicare quella spinta disordinata al nuovo e allo svecchiamento, con cui si voleva investire non solo il settore della letteratura, ma anche quello sociale, dei costumi e della morale.
La Scapigliatura nasce in una fervida Milano dell'800  avanzato (tra 1860 e 1870). Una Milano in notevole espansione economica (accanto all'agricoltura tecnologicamente avanzata si sviluppava sempre più l'attività industriale) e sociale (alla borghesia industriale, si affiancavano i primi nuclei proletari), movimentata da gruppi intellettuali sensibili ai messaggi della cultura europea e soprattutto francese (Baudelaire, Verlaine, Rimbaud) e proiettati piuttosto verso il futuro e il nuovo, che non verso il passato e la tradizione.
Una Milano in cui nascevano giornali e riviste portavoce dei fermenti e delle battaglie culturali in atto: «Il Figaro», «Cronaca grigia»,
«Lo Scapigliato», «Rivista minima», «Il Gazzettino rosa» e in cui sempre più pressante si faceva l'esigenza di una nuova posizione più libera e insieme impegnata del poeta moderno. Libera sotto un profilo artistico (linguistico, metrico, estetico), impegnata la in direzione dì verità più realistiche -spesso anche crude o patologiche , di contenuti sociali più popolari e progressisti e di una morale più sciolta e spregiudicata.
Di questa posizione si fanno portavoce gli Scapigliati, i quali, per essere coerenti anche nella vita con la propria poetica, assumono gli atteggiamenti spregiudicati e trasgressivi del poeta bizzarro, solitario, «maudit» e senza limiti (molti morirono alcolizzati, come Rovani, Arrighi, Praga; altri suicidi, come Camerana), vicino appunto ai «poeti maledetti» francesi da loro amati.
Figli anch essi di una borghesia che si stava avviando  precipitosamente alla pratica dell'avere «non denaro soltanto, ma autorità, esperienze, piaceri, amori...», come diceva Giansiro Ferrata), gli Scapigliati, quasi inconsapevolmente, ne presentono le colpe e i rimòrsi, e si buttano a corpo morto e con passionalità quasi infantile a imbastire proteste sociali e cause umanitarie. Così il Praga di Tavolozze ne «Il corso all'alba»; per esempio, o in «La morta del villaggio»; così il Tarchetti di «EII'era così fragile e piccina» o Cletto Arrighi nei romanzi La scapigliatura, Coriandoli..  Ma soprattutto introducono nella poesia mondi dimenticati: il linguaggio dei sensi, del gesto; il
mondo dell'aldilà, dell'irrazionale, del misterioso; danno dignità letteraria al brutto, al grottesco, perfino all'orrido, e parlano della società dimessa dei poveri, dei delusi, dei vecchi, delle serve e delle commesse; non temono il grottesco di certe figure, né l'ironia delle rime cantilenanti, o la provocatorietà del lessico (le parole) di ogni giorno, a volte triviale, o estremamente realistico.
Assorbendo la poetica francese rimbaudiana e baudelairiana (fu Baudelaire che dichiarò di aver provato, ascoltando la musica del Lohengrin di Wagner, sensazioni di ordine pittorico...) di un linguaggio comune tra le arti, anche gli Scapigliati, da un Boito a un Praga a un Camerana, sperimentarono la commistione tra poesia, musica, pittura. E questo avvenne non solo perché spesso praticavano varie arti (come Arrigo Boito che fu musicista e librettista del Mefistofele, Otello, Falstaff - o Camerana e Praga - che furono anche pittori -) ma perché le fondevano all'interno dello stesso genere poetico.
La poesia, per esempio, acquistava una certa musicalità nei ritmi, nelle rime, nei suoni e nelle scelte lessicali, o si colorava di immagini pittoriche; la critica poneva sullo stesso piano pittori, scultori, letterati, usando gli stessi strumenti e gli stessi criteri di giudizio. 

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