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Poesie ungheresi


Il panorama della poesia ungherese offre una serie di poeti dalla vita tumultuosa e inquieta, nella quale sembra rispecchiarsi lo stesso tempestoso destino del loro Paese. Esso fu travagliato dalle lotte di indipendenza nazionale (fino al 1920 l'Ungheria fece parte del Regno austro-ungarico, sottomessa all'Austria) e dalla loro brutale repressione, dall'occupazione della capitale Budapest da parte delle truppe nemiche nella prima guerra mondiale, da una breve rivoluzione comunista presto soffocata, dall'instaurazione di una dittatura quasi fascista, dall'avvento, dopo la seconda guerra mondiale, di un secondo regime comunista, fino alla rivolta del 1956 schiacciata dai carri armati sovietici. La poesia e la vita dei poeti ungheresi sembrano essere una cosa sola: basta pensare a Sandor Petofi, il poeta che si augurava di non morire in un letto come un fiore appassito, e che morì davvero in un campo di battaglia nel 1849, ucciso dalla lancia di un cosacco, Endre Ady, dopo una vita da
alcolizzato, accanito fumatore, vizioso quanto generoso, fu consumato da una malattia nervosa, Attila Jozszef si gettò sotto un treno dopo una vita in cui conobbe ogni passione, ogni dolore. Pur appartenendo quindi questi tre poeti a periodi diversi (Petofi: 1823-1849, Ady: 1877-1919, Joszef: 1905-1937), una stessa sorte li accomuna.

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Arpad Toth

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Arpad Toth, poeta e giornalista ungherese, ebbe una vita tormentata dalla miseria e dalle malattie, condizione che si riflette nell'opera poetica che esprime una visione dolorosa dell'esistenza 

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