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donnaguittone
Poesie di 
Guittone d'Arezzo
Con' più m'allungo..

Con' più m'allungo, più m'è prossimana
la fazzon dolce de la donna mia,
che m'aucide sovente e mi risana
e m'ave miso in tal forsenaria,

che 'n parte ch'eo dimor' in terra strana,
me par visibil ch'eo con ella sia,
e [un'] or credo tal speranza vana
ed altra mi ritorno en la follia.
Così como guidò i Magi la stella,
guida[me] sua fazzon gendome avante,
che visibel mi par e incarnat' ella.
Però vivo gioioso e benistante,
ché certo senza ciò crudele e fella
morte m'auciderea immantenante.

Sì como ciascun orno...
Sì como ciascun orno, enfingitore
e, ora, maggiormente assai ch'amante
so' stato ver' di lei, di bieltà fiore;
e tanto giunto ei so' dietro e davante
con prego e con mercé e con clamore,
facendo di perfetto amor sembiante,
che me promise loro en su' dolzore
adesso che lei russe benestante.
Eo, pensando la mia gran malvagìa,
e la gran fede in lei dolce e pietosa,
sì piansi di pietà, per fede mia;
e fermai me di lei non prender cosa
alcuna mai, senza mertarla pria,
avendo forte e ben l'alma amorosa.

Ben saccio de vertà
Ben saccio de vertà che 'l meo trovare

vai poco, e ha ragion de men valere,
poi ch'eo non posso in quelloco intrare,
ch'adorna l'om de gioia e de savere.
E non departo  d'a la porta stare
pregando che, per Deo, mi deggia aprere:
allora alcuna voce audir me pare
dicendome ch'eo sia di bon sofrere .
Ed eo sofert'ho tanto lungiamente
che devisa' de me tutto piacere
e tutto ciò ched era in me valente:
per ch'eo rechiamo e chero lo savere
di ciascun om ch'è prode e canoscente
a l'aiuto del meo grande spiacere.

Tuttor ch'eo dirò...
Tuttor ch'eo dirò «gioi», gioiva cosa,
intenderete che di voi favello,
che gioia sete di beltà gioiosa
e gioia di piacer gioioso e bello,
e gioia in cui gioioso avenir posa,
gioi d'adornezze e gioi di cor asnello ,
gioia in cui viso e gioi tant'amorosa,
ched è gioiosa gioi mirare in elio.
Gioi di volere egioi di pensamento
e gioi di dire e gioi di far gioioso
e gioi d'onni gioioso movimento:
per ch'eo, gioiosa, gioi, sì disioso
di voi mi trovo, che mai gioi non sento
se 'n vostra gioi il meo cor non riposo.

Orno fallito...
Orno fallito, plen de van penseri,
come ti pò lo mal tanto abellire?
Dignitate, ricchezza e pompa cheri?
soperbia e delettanza voi seguire?
No ti rimembra che come coreri
se' in questo mondo pieno di fallire?
morendo veggio par che nascessi ieri:
nulla ne porti e no sai ove gire.
Or donqua che no pensi en te stessi
che badi aver un giorno benenanza
per esser mille tristo e tormentoso?
Come terresti folle che prendessi
aver un punto ben ed allegranza,
per aver pianto eterno e doloroso!

Guittone d' Arezzo nacque ad Arezzo verso il 1230-5, e morì a Firenze probabilmente nel 1294. Figlio di Viva di Michele, camerlengo, cioè tesoriere del Comune, andò in esilio volontario prima del 1256. Fra il 1261 e il 1276 entrò fra i Cavalieri di Santa Maria («Milites Beatae Virginis»), dopo aver abbandonato moglie e figli. Lo ritroviamo a Bologna nel 1265, dove trattò affari dell'Ordine.
Nel settembre 1293 fece una donazione per la costruzione del Monastero degli Angeli di Firenze. Fra le figure di trapasso della poesia toscana dalla scuola siciliana al dolce stil novo, Guittone è certamente l'autore più significativo. Ma rimase bersaglio costante di Dante e degli stilnovisti, come si desume da un passo del De Vulgari Eloquentia.
È probabile ciò si debba al suo dettato oscuro e faticoso, con una veste fonetica prevalentemente aretina, intessuta di ardui giochi verbali e bisticci.

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