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Le più belle poesie di Pietro Menditto






































Seduti sul sedile posteriore della gloria raggiunta
l’auto, come si dice, sfreccia veloce verso il prossimo
tardivo applauso.

L’abitacolo è pregno dell’odore di nuovo, afrodisiaco,
come quello che emanavano le macchine
che mio padre portava a casa nelle sue improvvisate
esibendole come conquiste femminili
o trofei vinti alle olimpiadi degli impiegati.

Tu mi guardi orgogliosa per me, per nostro figlio
e perché detestavi l’anonimato.

Le mie parole hanno fotografato i pori,
hanno radiografato vasi e capillari degli attimi
fuggenti, hanno misurato al millimetro eventi,
situazioni che altrimenti si sarebbe ripresi
il bulimico nulla.
Io, come altri pochi, comprendo le forme crude
che il mondo assume e nella nostra anima incide
fin dai giorni che precedettero il diluvio
e so chiamarle coi nomi che le costringono a voltarsi,
quelli con cui consanguinee si incontrano nell’intimità,
quando si credono non viste e chi ora mi applaude nudo
comincia a sentire freddo e al nulla mi ha già venduto.

Gli uomini salvati dall’inchiostro
come un tempo da libagioni
di sangue le nazioni.

Come sempre guardo fuori
per fare il pieno di esterno
per quando di nuovo
dovrò calarmi nell’inferno
come il sub fa ventilazione
prima dell’immersione.

E’ servito a tutto e non è servito a niente.
Quelle parole che hanno salvato il mondo
siedono incoronate e tronfie tra me e te
su questo sedile posteriore e tu non mi sei
mai stata così lontana, inesplicata,
mentre l’autista con tono professionale
ci chiede se non sia il caso di una breve sosta
prima della premiazione, per un caffè, una rinfrescata.