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Giovanni_Paolo
Lettera alle donne 
di Giovanni Paolo II

Nella Lettera alle donne (1995), Giovanni Paolo II prende atto del protagonismo sociale delle donne, riparando in certo senso ad una lacuna evidente nella dottrina sociale della Chiesa.
Dal punto di vista della partecipazione politica, il mondo cattolico ha preso coscienza dell'urgenza dell'impegno politico delle donne solo nella prima metà del secolo, quando il marxismo conquistava il mondo operaio e una discreta fetta di popolazione femminile. Pio XII, nel 1945, cosl si rivolgeva alle donne dell'ACI:

«La vostra ora è suonata, giovani e donne cattoliche; la vita pubblica ha bisogno di voi. Ad ognuna si può dire, tua res agitur, sono in gioco i tuoi interessi. La donna ha da concorrere con l'uomo al bene della civitas nella quale è in dignità pari a lui. Ognuno deve prendere la parte che gli spetta, secondo la sua natura, il suo carattere, le sue attitudini fisiche, intellettuali, morali. Ambedue hanno il diritto di cooperare al bene totale della società».
Così pure, nel 1952, alle donne del CIF:
«Se in altra età l'influsso della donna si restringeva alla casa e intorno alla casa, ai nostri tempi esso si estende, piaccia o no, a sempre più vasto campo: la vita sociale e pubblica, il Parlamento, i tribunali, il giornalismo, le professioni, il mondo del lavoro. Man mano che maturano nuovi bisogni sociali, anche la sua missione benefica si espande, e la donna cristiana diventa oggi, a buon diritto non meno dell'uomo, un fattore necessario della civiltà e del progresso».
Ancora alle donne del CIF nel 1956:
«È necessario che la vostra nobile fatica faccia sl che il vostro centro propulsore di pensiero e di azione, inteso ad affermare e difendere il valore della donna, ne determini accanto ai doveri anche i diritti».
Dopo secoli di lontananza dall' agorà, occorreva risvegliare il gusto della partecipazione, sollecitare al voto, frenare l'astensionismo, educare a passare dal voto pilotato all'adesione convinta e ad assumere all'occorrenza la responsabilità politica, sapendo rischiare senza trincerarsi nelle retrovie dello spiritualismo, pur di tentare di dare concretezza agli ideali, alle prese con i meccanismi della forza,
i numeri, i vari condizionamenti del potere. Si doveva imparare anche a reclamare il rispetto della dignità della donna e i giusti riconoscimenti, non per pura rivendicazione di potere, ma perché la migliore qualità della vita passa anche per la presenza di donne nei luoghi della decisione.
L'associazionismo cattolico femminile di base si è perciò impegnato nella seconda metà del secolo XX a ricomporre l'alienazione tra donna e cittadina, nella convinzione che senza far crescere la partecipazione la democrazia è solo formale. Ancora oggi c'è  da recuperare un ritardo culturale e sociale che è insieme un limite e un vantaggio. Il vantaggio è legato ad una risorsa non ancora sfruttata e perciò più capace di prendere quota evitando gli eccessi e le cadute della cu tura
laico- femmmlsta.
Di fronte ai notevoli mutamenti verificatisi dappertutto nel mondo, sia pure con ritmi e modalità diversi, Giovanni Paolo II offre una valutazione positiva:
«È stato un cammino difficile e complesso e, qualche volta, non privo di errori, ma sostanzialmente positivo, anche se ancora incompiuto per i tanti ostacoli che, in varie parti del mondo, si frappongono a che la donna sia riconosciuta, rispettata, valorizzata nella sua peculiare dignità..
Dare compimento a questo processo «benefico» appare pertanto un dovere, oltre che una necessità, dal momento che la società tutta è rimasta troppo a lungo privata della ricchezza del contributo delle donne e non è stata in grado di rappresentare la «sostanziale unità della famiglia umana». Appare anche come un diritto da affermare:
«Le donne hanno pieno diritto di inserirsi attivamente in tutti gli ambiti pubblici e il loro diritto va affermato e protetto anche attraverso strumenti legali laddove si rivelino necessari».
Ancor oggi per la donna l'inserimento a pieno titolo nella società è reso difficile dalla sua stessa maternità, più ostacolo che risorsa. Se una madre dedica il suo tempo giornalmente alla cura dei figli, finisce ben presto col prendere atto che il suo «valore sociale» è dimezzato; che pagherà cara la «colpa» di aver messo al
mondo i figli; che è solo parzialmente titolare dei diritti legati alla cittadinanza. L'accentuarsi del peso del doppio lavoro, la sottovalutazione e la strumentalizzazione del suo lavoro (basse retribuzionie qualifiche, impedimenti alla carriera, molestie sessuali), la quantità di domande rivolte a lei perché vi sia in famiglia una migliore qualità di vita, i tagli alla spesa per i servizi e la mancanza di adeguate politiche familiari, continuano a metterla di fronte alI'aut aut tra famiglia e lavoro.
Non è facile immaginare un futuro in cui a questo cumulo di problemi si potrà rispondere con il rinviare
le donne a casa e negare loro l'istruzione superiore. Bisognerà al contrario mantenere ferma, ed anzi potenziare, l'importanza della donna nella famiglia, favorendo nel contempo il suo impegno nella società, la quale ha molto da guadagnare dalla sua presenza, se si tiene conto che il mondo del lavoro, come è attualmente organizzato, segue leggi proprie che spesso si ritorcono contro la persona, con tutti i fenomeni dell'alienazione connessi.
Vengono in luce i limiti dell'antica scissione tra uomo-lavoratore e donna-madre, che continua ancora a pesare sull'interpretazione di un mondo familiare chiuso e un mondo del lavoro asfissiato dalle sue stesse logiche autoreferenziali. Le cattive conseguenze del peccato si riflettono in questa scissione che impone
all'uomo di «sudare» e alla donna di soffrire il travaglio del parto, «condanne» che contraddicono la chiamata di entrambi a «dominare» la terra e «assoggettarla» o, in altri termini, a cooperare con Dio creatore, ciascuno secondo i propri talenti.
Giovanni Paolo II riconosce che è stato troppo lento il cammino per ottenere il riconoscimento dei diritti e ancora molto c'è da fare per creare concretamente e dovunque condizioni di vita conformi da un lato alla Dichiarazione universale dei diritti della persona e dall' altro alla specifica dignità della donna, tuttora in condizioni di svantaggio. La Lettera alle donne è cosl anche un contributo prezioso a che non venga dimenticata l'opera delle tante donne che hanno lottato per ottenere una «effettiva uguaglianza dei diritti della persona e dunque parità di salario rispetto a parità di lavoro, tutela della lavoratrice madre, giuste progressioni nella carriera, uguaglianza fra coniugi nel diritto di famiglia, riconoscimento di tutto quanto è legato ai diritti e ai doveri del cittadino in regime democratico».
Tali lotte non possono venire rivendicate unilateralmente da questa o quella appartenenza ideologica o partitica, giacché tutte le donne, anche le più dimenticate e misconosciute, hanno aggiunto il loro piccolo/grande tassello per la conquista dei diritti di cittadinanza, spesso senza raccoglierne i frutti,
«in tempi in cui questo loro impegno veniva considerato un atto di trasgressione, un segno di mancanza di femminilità, una manifestazione di esibizionismo, e magari un peccato!».
Era necessario che qualcuno esprimesse pubblicamente il debitoche l'umanità ha verso le donne che in punta di piedi hanno costruito la storia, ma che sono scomparse dai libri di testo che raccontano alle nuove generazioni le tappe dello sviluppo umano. Era necessario riconoscere che molte grandi opere della cultura, dell'intelletto e della creatività artistica sono state possibili all'umanità grazie al contributo sommerso delle donne di tutte le culture e di tutte le religioni.
La lettera manifesta anche una particolare sollecitudine verso le situazioni di violenza contro le donne che rimandano alle guerre (stupri e altre violenze), ma anche a quelle sottili ingiustizie quotidiane di una pace costruita senza rimuovere le condizioni dell'emarginazione, dell'edonismo, del maschilismo, delle tante violenze nascoste anche in famiglia e nei luoghi di lavoro. Scaturisce l'invito a non arrestarsi alla denuncia delle discriminazioni e delle ingiustizie, ma impegnarsi «per un fattivo quanto illuminato progetto di
promozione che riguardi tutti gli ambiti della vita femminile».
Con la Lettera alle donne, la Chiesa, sentendo l'urgenza dei problemi legati ad uno sviluppo che necessariamente passa per la centralità della donna, riconosce anche le responsabilità oggettive di «non pochi figli della Chiesa» nei confronti delle situazioni di ingiustizia. Sarebbe difficile distribuire tali responsabilità in proporzioni eque tra i diversi soggetti sociali, senza tenere conto delle circostanze e dei contesti storici. Per certi versi, si può dire che persino le donne, imbevute della cultura dominante, hanno contribuito a tramandare una mentalità misogina nell'educazione delle nuove generazioni. Proprio per questo, il gesto di chi ha avuto il «coraggio della memoria» e il «franco riconoscimento delle responsabilità» si presenta come un modello da riproporre a tutte le relazioni tra i generi, tra i popoli, tra le Chiese e i gruppi sociali, giacché i tempi nuovi impongono atti di conversione e gesti di giustizia evidenti.

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