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Poesia di Chigi di Vincenzo Monti
Al principe Don Sigismondo 

Giorni beati che in solingo asilo
senza nube passai, chi vi disperse?
Ratti qual lampo che la buia notte
segna talor di momentaneo solco

e su gli occhi le tenebre raddoppia
al pellegrin che si sgomenta e guata,
qual mio fallo v'estinse? e tanto amara
or mi rende di voi la rimembranza,
che pria sì dolce mi scendea sul core?

Allorché il sole (io lo rammento spesso)
d'oriente sul balzo compariva
a risvegliar dal suo silenzio il mondo
e agli oggetti rendea più vivi e freschi
i color che rapiti avea la sera;

dall'umile mio letto anch'io sorgendo,
a salutarlo m'affrettava, e fiso
tenea l'occhio a mirar come nascoso
di là dal colle ancora ei fea da lunge
degli alti gioghi biondeggiar le cime;

poi come lenta in giù scorrea la luce
il dosso imporporando e i fianchi alpestri
e dilatata a me venìa d'incontro
che ai piedi l'attendea della montagna.
Dall'umido suo sen la terra allora

su le penne dell'aure mattutine
grata innalzava di profumi un nembo;
e altero di se stesso e sorridente
su i benefizi suoi l'aureo pianeta
nel vapor che odoroso ergeasi in alto

già rinfrescando le divine chiome
e fra il concento degli augelli e il plauso
delle create cose egli sublime
per l'azzurro del ciel spingea le rote.

Allor sul fresco margine d'un rivo
m'adagiava tranquillo in sull'erbetta,
che lunga e folta mi sorgea d'intorno
e tutto quasi mi copriva, ed ora
supino mi giacea, fosche mirando
pender le selve dall'opposta balza,
e fumar le colline, e tutta in faccia
di sparsi armenti biancheggiar la rupe
or rivolto col fianco al ruscelletto
io mi fermava a riguardar le nubi
che tremolando si vedean riflesse
nel puro trapassar specchio dell'onda:
poi del gentil spettacolo già sazio,
tra i cespi, che mi fean corona e letto
si fissava il mio sguardo, e attento e cheto
il picciol mondo a contemplar poneami
che tra gli steli brulica dell'erbe,
e il vago e vario degl'insetti ammanto
e l'indole diversa e la natura.
Altri a torma e fuggenti in lunga fila
vengono e van per via carchi di preda
altri sta solitario; altri l'amico
in suo cammino arresta, e con lui sembra
gran cose conferir: questi d'un fiore
l'ambrosia sugge e la rugiada e quello
al suo rival ne disputa l'impero;
e venir tosto a lite ed azzuffarsi,
e avviticchiati insieme ambo repente
giù dalla foglia sdrucciolar li vedi.
Né valor manca in quegli angusti petti,
previdenza, consiglio, odio ed amore.
Quindi alcuni tra lor miti e pietosi
prestansi aìta ne' bisogni; assai
migliori in ciò dell'uom che al suo fratello
fin nella stessa povertà fa guerra:
ed altri poscia, da vorace istinto
alla strage chiamati ed agl'inganni,
della morte d'altrui vivono; e sempre
del più gagliardo, come avvien tra noi,
o del più scaltro la ragion prevale.

Questi gli oggetti e questi erano un tempo
gli eloquenti maestri che di pura
filosofia m'empìan la mente e il petto;
mentre soave mi sentìa sul volto
spirar del nume onnipossente il soffio
quel soffio che le viscere serpendo
dell'ampia terra, e ventilando il chiuso
elementar foco di vita e tutta
la materia agitando e le seguaci
forme che inerti le giacevano in grembo,
l'une contro dell'altre in bel conflitto
arma le forze di natura, e tragge
da tanta guerra l'armonia del mondo.
Scorreami quindi per le calde vene
un torrente di gioia; e discendea
questo vasto universo entro mia mente,
or come grave sasso che nel mezzo
piomha d'un lago, e l'agita e sconvolge
e lo fe tutto ribollir dal fondo;
or come immago di leggiadra amante,
che di grato tumulto i sensi ingombra
e serena sul cor brilla e riposa.

Ma più quell'io non son. Cangiaro i tempi,
cangiar le cose. Della gioia estremo
regnò sull'alma il sentimento; estremi
or vi regnano ancora i miei martìri.
E come stenderò sulle ferite
l'ardita mano e toglieronne il velo?
Una fulgida chioma al vento sparsa
un dolce sguardo e un più dolce accento,
un sorriso, un sospir dunque potero
non preveduto suscitarmi in seno
tanto incendio d'affetti e tanta guerra?
E non son questi i fior, queste le valli
che già parver sì belle agli occhi miei"
Chi di fosco le tinse? e chi sul ciglio
mi calò questa benda? Ohimè! L'orrore
che sgorga di mia mente e il cor m'allaga,
di natura si sparse anche sul volto
e l'abbuiò. Me misero! non veggo
che lugubri deserti; altro non odo
che urlar torrenti e mugolar tempeste.
Dovunque il passo e la pupilla movo,
escono d'ogni parte ombre e paure;
e muta stammi e scolorita innanzi
qual deforme cadavere la terra.
Tutto è spento per me. Sol vive eterno
il mio dolor, né mi riman conforto
che alzar le luci al cielo, e sciormi in pianto...

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