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Damasco
Poesia di Vincenzo Fiaschitello 

Ai fratelli della Siria

Visitai Damasco un tempo:
non fu una attraversata d'avventura,
come da ragazzo sognavo, con una carovana
di cammelli lungo una pista nel deserto.
Ma un viaggio in aereo comodo e breve.
Un cumulo di macerie oggi è la città,
crollati minareti e cupole d'oro,
spezzata la voce del profeta, ovunque
distruzione e morte.
Dove sei ora giovane siriano che guidasti
il pulmino che ci portava a Palmira?
E tu ragazza dai lunghi capelli neri
e dagli occhi blu che scalza per noi
danzasti mirabilmente nella tua casa
ricca di tappeti?
Quale vortice d'odio si è addensato
sulla tua cupola, grande moschea di Damasco,
che custodisci la testa di Giovanni il Battista?
Un vento di tempesta ha portato via i nostri
umili sandali lasciati sull'uscio per rispetto
al sacro luogo, dove insieme cristiani
e musulmani potevano pregare.
Ora, tu anima, non mi lasciare solo questa sera
perché ho bisogno di non restare solo corpo,
solo materia indifferente; ho bisogno
di abbracciare i fratelli sfortunati di Siria
dispersi per tutta Europa e rifiutati.
Anima, talvolta bambino ti offendevo
e te ne volavi via come il pallone lanciato
alto sui tetti: ora ho bisogno di te per condividere
il dolore immenso di questa gente cui niente
più appartiene se non la speranza.