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Poesia di Vincenzo Fiaschitello 
Murat

Era buio. Dalla goletta scrutava la spiaggia
sempre più vicina,nessun lume, solo le stelle
vigilavano. Diceva ai suoi fedelissimi
che il bravo popolo calabrese lo amava
e lo avrebbe accolto da re come anni prima.
L'alba ormai vicina,il tenue chiarore si posava
sulle povere case dei pescatori.
In piedi si levava e nei suoi occhi balenavano
i galoppi dell'ultima carica della Moscova.
Poi la testa crollava e l'onda del dubbio
gli dilagava dentro fino ad annegarlo.
Per primo scende a terra impettito nell'alta
uniforme dai colori sgargianti così amati
dai suoi napoletani.
Seguito da pochi ufficiali e soldati,la via
percorre verso la piazza dell'antico castello
aragonese,sotto gli ombrosi sguardi
delle persone che fanno ala al corteo.
Trentacapilli e i suoi soldati,al Borbone fedeli,
verso la marina a una precipitosa fuga li serrano.
Dalla finestra una donna lo riconosce,corre
anche lei a inseguire quegli uomini che lottano
furiosamente. Innanzi le stava finalmente
quell'uomo che nell'immensa distesa della steppa
aveva condotto alla morte i suoi quattro figli.
Il re non era più re,la divisa a brandelli,
sbarrati gli occhi,le braccia insanguinate:
sulla stretta via la folla gli lanciava atroci
ingiurie,la donna in faccia la sua scarpa.
Il re forcaiolo che come caciocavalli
amava appendere i patrioti,ora dà l'ordine
di fucilare entro mezz'ora il suo nemico.
Come piccolo e triste questo cortile del castello,
diverso da quello paterno dove tra tanti fratelli
a sera giocava scalzo al profumo del mosto
che saliva dalla cantina!
Al tramonto Trentacapilli col suo plotone
chiude i giorni al re guascone che l'onore
ebbe,mai toccato ad alcuno,di espugnare
il Cremlino a cannonate.
Al violento soffio della bora triestina la dolce
e saggia Carolina a lungo tra le mani
tenne i riccioli del suo perduto sposo.

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