Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Lettera a Monsieur Guill... su la sua incompetenza a giudicare i Poeti Italiani

Signore,
Gli articoli sottoscritti da lei nel Giornale Italiano sono dotati di tanta acutezza, di tanto brio, di tanta opportunità d'erudizione e dignità di censura, ch'io, non conoscendo i libri da lei criticati, la tenni per l'ingegno più elegante fra quanti mai scesero d'oltremonte riformatori delle nostre gazzette.
Solo mi dava a pensare l'osservazione di Lorenzo Sterne: a Frenchman, whatever be his talents, has no sort of prudery in schewing them : onde io temeva ch'ella per impazienza di sfoggiare l'ingegno e la dottrina che l'adornano sentenziando gli scrittori italiani, non aspettasse il tempo necessario ad apprendere la loro lingua.
Temeva: ma ohimè! lessi l'articolo sui Sepolcri, e il dubbio, pur troppo, s'é convertito in certezza. Vero è che il cavaliere Bettinelli scrisse: L'autore de' Sepolcri ha troppo ingegno per me; e quindi ho dovuto leggerlo e rileggerlo con applicazione, perch'ei si leva a un'alta sfera di grandi pensieri e di frasi tutte sue.
Vincenzo Monti, passato per Mantova, me li rilesse; entusiasta ne' più bei passi, e profondo scrutatore di tante bellezze, assentiva alle mie osservazioni su l'oscurità.
Non è dunque lieve sforzo d'ingegno se d'una poesia difficile anche a tali maestri ella abbia indovinato alcuni passi: ma indovinare per giudicare?
Però l'amor delle lettere mi conforta a mandarle il suo articolo con alcune postille, ond'ella s'accorga d'aver censurato, ma non inteso il poema, e si persuada quindi allo studio della nostra lingua.
E allora  allora ch'ella per alcuni anni avrà coltivati i nostri poeti oh come la critica d'un tanto Aristarco guiderà al vero ed al bello gl'ingegni cari alle Muse!

DEI SEPOLCRI, CARME DI UGO FOSCOLO


Articolo trascritto dal Giornale Italiano, N°173, 22 Giugno 1807.


Cominceremo dal rallegrarci col sig. Foscolo, per non aver egli imitato Socrate e Diogene nella loro indifferenza, e nel loro disprezzo per le sepolture.
Ei non pensa col primo, che sia eguale d'esser gettato al letamaio, o rispettosamente deposto nella tomba; e molto men col secondo, che sia gradevole l'esser divorato dai cani, dagli avvoltoi, o l'esser decomposto dal sole e dalla pioggia.
Si vede che il nostro poeta è realmente persuaso che il sonno della morte è men duro

All'ombra de' cipressi, e dentro l' urne
Confortate di pianto.

Ei vorrebbe ancora che dopo la di lui morte, si mettesse sulla sua tomba un sasso che distingui le sue dalle infinite

Ossa che in terra e in mar semina morte.

Non credendo esser come l'uomo indegno d'esser compianto dopo la sua vita , e di cui dice:

Sol chi non lascia eredità d'affetti
Poca gioia ha dell'urna,

ei non vuole abbandonare la sua polve

... alle ortiche di deserta gleba
Ove né donna innamorata preghi,
Né passeggier solingo oda il sospiro
Che dal tumulo a noi manda Natura.


Esprimendo sopra un soggetto cosí lugubre qualche pensiero, che ha di comune con Hervey,
egli desidererebbe che i cimiteri non fossero rilegati fuor de' guardi pietosi; e si duole di quella nuova legge che li getta fuori delle città, ed alla quale rimprovera di contendere il nome ai morti.
Il poeta è ingiusto, perocché é permesso di porre inscrizioni ed epitaffi sui sepolcri; ma è peraltro rispettabile cotesta ingiustizia, poiché essa proviene dal vivo dolore ch'ei prova, perché il luogo,
ove riposano le ceneri di Parini, non è distinto da alcun segno onorifico di simil genere.
Da ciò prendendo occasione di trasformare in satira il suo canto elegiaco, si mette a riprendere con acrimonia i compatriotti di Parini, che non curarono i preziosi avanzi di quel poeta i di cui canti


Il lombardo pungean Sardanapalo
Cui solo è dolce il muggito de' buoi
Che dagli antri abduani e dal Ticino
Lo fan d'ozi beato e di vivande.
  . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
  . . . . A lui (Parini) non ombre pose
Tra le sue mura la città, lasciva
D'evirati cantori allettatrice,
Non pietra, non parola; e forse l'ossa
Col mozzo capo gl'insanguina il ladro
Che lasciò sul patibolo i delitti.


Oltre all'esser ciò sommamente duro e amaro, non è nemmeno esatto.
Noi non crediamo esservi in Lombardia un Sardanapalo. Che se alcuno meritasse tal nome per esser beato d'ozi e di vivande, vi sarebbero dei Sardanapali in tutte le parti della terra, a Zante non meno che a Milano.
Da qualche anno in qua non è da rimproverarsi a questa città il torto d'esser d'evirati cantori allettatrice.
L'immagine poi della testa insanguinata di un ladro giustiziato, è troppo stentata, troppo ispida, e di gusto troppo cattivo, per poter scusarla col quidlibet audendi d'Orazio.
Essa ripugna, principalmente in un poema che non deve respirar altro che una dolce, religiosa e consolante malinconia.
Non c'è alcuno fra i poeti, che hanno parlato di sepolcri, che abbia usato un'immagine sì disgustosa. La loro sensibilità era sempre accompagnata dalla sana e verace filosofia.
In quei cimiteri ove senza distinzione son riuniti gli avanzi dell'umanità,
Virgilio non vedeva nulla di più contrastante che i nemici che la morte aveva riconciliati:


Hic, motus animorum, atque haec certamina tanta
Pulveris exigui iactu compressa quiescit.


Ed è su tal soggetto che Hervey esclamava: « Perché non vedesi regnar tra i viventi quella unione, quella pace, che regnano nella società de' morti? » .
Orazio senza dare uno sguardo penoso ai vizi di coloro ch'erano vissuti, e le ceneri dei quali trovavansi necessariamente confuse con quelle degli uomini dabbene, contentavasi di dire:


Mixta senum ac iuvenum densantur funera.


Questa sì, é vera filosofia, e forse anche vera sensibilità : l'affettazione d'una selvaggia misantropia
é ben lontana dall'una e dall'altra.
L'autore la spinge fino a chiamar gli uomini umane belve, al tempo istesso che ci parla delle più incontestabili prove di sensibilità, ch'essi abbiano mai date nel costruire sepolcri:


Dal dì che nozze e tribunali ed are
Diero alle umane belve esser pietose
Di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
All'etere maligno ed alle fere
I miserandi avanzi che Natura
Con veci eterne a sensi altri destina.


Dopo questi collerici ghiribizzi contro la specie umana, il nostro poeta espone benissimo i vantaggi che recarono i sepolcri ai viventi, e i religiosi ed utili atti dei quali furono l'occasione o l'oggetto.


A egregie cose il forte animo accendono
L'urne de' forti . . . e bella
E santa fanno al peregrin la terra
Che le ricetta


Ed eccolo in quella chiesa fiorentina ove sono sono i mausolei di N. Macchiavelli, di Michel-Angelo, di Galileo ec.
E l'urna d'Alfieri riceve i suoi più teneri, e rispettosi omaggi.
Quindi ad un tratto ritrocede fino ai sepolcri degli Ateniesi nel campo di Maratona, ove aggiungendo le proprie finzioni alle favolose tradizioni che ci lasciò Pausania su questo Ceramico, ei vi ode non solo i nitriti dei cavalli, ma ancora delle Parche il canto.
Questa è forse la prima volta che si sono intese cantar le Parche.
Ritrocedendo sempre rapidamente, ei s'inoltra nei tempi favolosi della Grecia.
Egli è alla tomba d'Achille e di Patroclo; quindi passa a quella d'Aiace al promontorio Retèo, poi nella Troade al sepolcro d'Ilo, antico Dardanide. Young, Hervey, Gray non fecer tanti viaggi; essi si contentarono di meditar sui sepolcri, che essi medesimi ed i loro compatriotti avean sotto gli occhi; e disser cose più commoventi, e molto più consolanti, perocché tutti i loro canti sono rallegrati dalla speranza della futura risurrezione, della quale il signor F. non dice cosa alcuna.
Finalmente dopo aver parlato della morte d'Elettra, e delle funebri predizioni di Cassandra, ei si ferma alla tomba dei Greci che son periti innanzi a Troia, e prende piacere a vedervi Omero che


Placando quelle afflitte alme col canto,
I prenci argivi eternerà per quante
Abbraccia terre il gran padre Oceano.

E termina così:

E tu, onore di pianti, Ettore, avrai
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finchè il Sole
Risplenderà su le sciagure umane.


Sembraci che sia questo un fine ben brusco in un'opera di sentimento.
Si direbbe che un simil soggetto avesse troppo stancato la lira del poeta, per poter avanzar di più. L'andamento del suo poema era già diventato penoso quando la sensibilità non animava più la sua musa; e dessa aveva già cessato di spargere le sue bellezze nei di lui versi, allorché egli dai sepolcri presenti si era trasportato a quelli dei tempi eroici della Grecia.
Questa transizione l'ha condotto a dei dettagli d'erudizione; ora l'erudizione inaridisce il sentimento; e quindi ne viene che questa seconda parte della sua elegia, che ha una certa disparità colla prima, interessa molto meno la nostra anima, e convien molto meno a quella dolce voluttà ch'essa trova ad intenerirsi sulle ceneri dei nostri simili.
Alcuni severi censori hanno accusato l'autore d'aver fatto entrare nella composizion dei suoi versi quella sorte d'asprezza che regna nella maggior parte de' suoi sentimenti, e de' suoi pensieri.
Certo che coi distinti talenti onde egli è ampiamente fornito, avrebbe potuto render più dolce la sua versificazione, ma egli, senza fallo, ha creduto che il suo stile poetico aver dovesse una fisionomia analoga ai suoi pensieri.
Sembra che abbia temuto di esprimerli troppo mollemente, adoperando un linguaggio più grato agli orecchi delicati.
Ma finalmente ogni scrittore d'un certo merito ha uno stile suo proprio, come ogni uomo degno di tal nome ha il suo carattere particolare; e siccome egli è sol proprio dei vili il non avere un carattere deciso, cosi è proprio soltanto degli spiriti mediocri il non usar che il linguaggio del volgo.

GUILL...


Ella vede dalle mie note quanto ha sbagliato su' passi da lei citati; molto più dunque su la tessitura la quale dipende dalle transizioni.
E le transizioni sono ardue sempre a chi scrive, e sovente a chi legge; specialmente in una poesia lirica, e d'un autore che, non so se per virtù o per vizio, transvolat in medio posita, ed afferrando le idee cardinali, lascia a' lettori la compiacenza e la noia di desumere le intermedie.
Ma chi fraintende le parole che hanno significato certo in sé stesse, come mai potrà cogliere le transizioni formate da tenuissime modificazioni di lingua e da particelle che acquistano senso e vita diversa secondo gli accidenti, il tempo, il luogo in cui son collocate?
Né ella dannerebbe la disparità di colorito nel poema, s'ella potesse discernere le mezze tinte che guidano riposatamente da un principio affettuoso ad una fine veemente.
Però l'estratto ch'ella ne fa non é, né poteva essere esatto.
Piacciale dunque di leggerlo com'io lo darò, acciocch'ella possa conoscere, se non altro, lo scheletro d'un componimento reputato non indegno delle sue censure.
L'estratto mostrerà come questo componimento, spogliato che sia delle immagini dello stile e degli affetti, rimanga senza un'unica idea nuova.
Ma il numero delle idee è determinato; la loro combinazione è infinita: e chi meglio combina meglio scrive.
Ricchissima sorgente di combinazioni era a' poeti greci e latini l'applicazione delle storie e delle favole alla morale.
Chi non sa che gli uomini egregi sono malignati in vita e celebrati dopo la morte?
Ma Orazio applicò a questa sentenza le tradizioni di Romolo, di Bacco, de' Tindaridi e d'Ercole:


Romulus, et Liber pater, et cum Castore Pollux
Post ingentia facta Deorum in templa recepti,
Dum terras hominumque colunt genus, aspera bella
Componunt, agros assignant, oppida condunt;
Ploravere suis non respondere favorem
Speratum meritis. diram qui contudit hydram
Notaque fatali portenta labore subegit,
Comperit invidiam supremo fine domari.
Urit enim fulgore suo qui praegravat artes
Infra se positas: extinctus amabitur idem.



L'autore de' Sepolcri volendo consolare con la stessa sentenza non l'ambizione d'un principe poco amato, ma la virtù mal rimeritata, dovea procacciarsi immagini meno magnifiche, e più passionate; onde si valse della tradizione delle armi d'Achille, le quali carpite alla virtù d'Aiace dalla fraude d'Ulisse, furono per un naufragio portate dal mare sul tumulo dell'Eroe che le meritava:


E se il piloto ti drizzò l'antenna
Oltre l'isole egee, d'antichi fatti
Certo udisti suonar dell'Ellesponto
I liti, e la marea mugghiar portando
Alle prode retèe l'armi d'Achille
Sovra l'ossa d'Aiace. a' generosi
Giusta di glorie dispensiera è morte.
Né senno astuto, né favor di regi
All'Itaco le spoglie ardue serbava,
Ché alla poppa raminga le ritolse
L'onda incitata dagl'inferni Dei.


Così la fantasia del lettore corre a' secoli dimenticati; si compiace dell'entusiasmo poetico che trae
il mare e l'inferno alla vendetta dell'ingiustizia: e vede la verità che non parla ma opera.
E perché il sentimento, com'ella dice, non s'inaridisse, l'autore non doveva scansare i dettagli d'erudizione, bensí usarne meglio; non seppe: e però prega i censori d'insegnargli non ch'e' deve far meglio e' lo sa  ma se si possa, e come.
Eccole l'estratto.

I monumenti inutili a' morti giovano a' vivi perché destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene: solo i malvagi, che si sentono immeritevoli di memoria, non la curano; a torto dunque la legge accomuna le sepolture de' tristi e dei buoni, degl'illustri e degl'infami.
Istituzione delle sepolture nata col patto sociale.
Religione per gli estinti derivata dalle virtù domestiche.
Mausolei eretti dall'amor della patria agli Eroi.
Morbi e superstizioni de' sepolcri promiscui nelle chiese cattoliche.
Usi funebri de' popoli celebri. Inutilità de' monumenti alle nazioni corrotte e vili.
Le reliquie degli Eroi destano a nobili imprese, e nobilitano le città che le raccolgono; esortazioni agl'italiani di venerare i sepolcri de' loro illustri concittadini; que' monumenti ispireranno l'emulazione agli studi e l'amor della patria, come le tombe di Maratona nutriano ne' Greci l'abborrimento a' Barbari.
Anche i luoghi ov'erano le tombe de' grandi, sebbene non vi rimanga vestigio, infiammano la mente de' generosi.
Quantunque gli uomini d'egregia virtù sieno perseguitati vivendo, e il tempo distrugga i lor monumenti, la memoria delle virtù e de' monumenti vive immortale negli scrittori, e si rianima negl'ingegni che coltivano le muse.
Testimonio il sepolcro d'Ilo, scoperto dopo tante età da' viaggiatori che l' amor delle lettere trasse a peregrinar alla Troade; sepolcro privilegiato da' fati perché protesse il corpo d'Elettra da cui nacquero i Dardanidi autori dell'origine di Roma, e della prosapia de' Cesari signori del mondo. L'autore chiude con un episodio sopra questo sepolcro:


Ivi posò Erittonio , e dorme il giusto
Cenere d'Ilo; ivi l'Iliache donne
Sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando
Da' lor mariti l'imminente fato;
Ivi Cassandra , allor che il Nume in petto
Le fea parlar di Troia il dì mortale,
Venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
E guidava i nepoti, e l'amoroso
Apprendeva lamento a' giovinetti.
E dicea sospirando: Oh se mai d'Argo,
Ove al Tidide e di Laerte al figlio
Pascerete i cavalli, a voi permetta
Ritorno il cielo, invan la patria vostra
Cercherete! Le mura opra di Febo
Sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
In queste tombe; chè de' Numi é dono
Serbar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi, che le nuore
Piantan di Priamo, e crescerete, ahi presto!
Di vedovili lagrime innaffiati,
Proteggete i miei padri: e chi la scure
Asterrà pio dalle devote frondi,
Men si dorrà di consanguinei lutti
E santamente toccherà l'altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
Mendico un cieco errar sotto le vostre
Antichissime ombre, e brancolando
Penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
E surrogarle. Gemeranno gli antri
Secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
Splendidamente su le mute vie
Per far più bello l'ultimo trofeo
Ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
Placando quelle afflitte alme col canto,
I prenci argivi eternerà per quante
Abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
Ove fia sacro e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finché il Sole
Risplenderà su le sciagure umane.


Recito intero quest'ultimo squarcio dannato da lei come arido di sentimento perché a me anzi pare, non che il soggetto abbia stancata la lira del poeta, ma ch'egli abbia sin da principio temperate le forze per valersene pienamente in questo luogo.
Per persuaderci delle sue sentenze su la santità e la gloria de' sepolcri, ei ci presenta un monumento che supero l'ingiurie di tanti secoli.
Le Troiane che pregano scapigliate sul mausoleo de' primi príncipi d'Ilio, onde allontanare dalla lor patria e da' loro congiunti le imminenti calamità  la v'ergine Cassandra che guida i nipoti giovanetti a piangere su le ceneri de' loro antenati che li consola dell'esilio e della povertà decretata da' fati, profetando che la gloria de' Dardanidi risplenderà sempre in quelle tombe  la preghiera alle palme e a' cipressi piantati su quel sepolcro dalle nuore di Priamo, e cresciuti per le lagrime di tante vedove la benedizione a chi non troncherà quelle piante, sotto l'ombra delle quali Omero cieco e mendico andrà un giorno vagando per penetrar negli avelli ed interrogare gli spettri de' re troiani su la caduta d'Ilio onde celebrar le vittorie de' suoi concittadini gli spettri che con pietoso furore si dolgono che la lor patria sia due volte risorta dalle prime rovine per far più splendida la vendetta de' Greci, e la gloria della schiatta di Peleo alla quale era riserbato l'ultimo eccidio di Troia - Omero che mentre tramanda i fasti de' vincitori, placa pietosamente col suo canto anche l'ombre infelici de' vinti  tanti personaggi, tante passioni, tanti atteggiamenti e tutti raccolti intorno a un solo sepolcro sembrano a lei senz'anima e senza invenzione?
E la fine, la fine sopra tutto sente di languore?
Questo squarcio è un vaticinio di una principessa di sangue troiano, sorella d'Ettore, e sciagurata per le sventure che prevedeva.
Non può dissimulare la gloria de' distruttori della sua famiglia, ma ella cerca alcuna consolazione vaticinando per l'infelice valore d'Ettore una gloria più modesta e più santa; non d'un principe conquistatore, ma d'un guerriero caduto difendendo la patria. Nelle ultime parole di Cassandra:


E finché il Sole
Risplenderà su le sciagure umane


l'autore s'è studiato di raccorre tutti i sentimenti d'una vergine profetessa che si rassegna alla fatale ed inevitabile infelicità de' mortali, che la compiange negli altri perché sente tutto il dolore della sua propria, e che prevedendola perpetua su la terra la assegna per termine alla fama del più nobile e del men fortunato di tutti gli Eroi.
Ove l'autore avesse mirato al patetico avrebbe amplificati questi affetti; mirava invece al sublime, e li ha concentrati: e credendo a Longino non tentò più melodia ne' suoi versi.
Se non che forse ei non ha conseguito se non se la severità e l'oscurità, compagne talor del sublime.
Che se fra' peccati di questo carme gl'italiani non trovano né aridità di sentimento, né stanchezza di fantasia, cosa s'ha egli a pensare di lei?
O ch'ella ha inteso senza sentire -o che ha censurato senza intendere.
Non le appongo la prima colpa, perch'ella non ha dato ancor prove di fibra cornea: bensì la tengo per convinto di studio immaturo della nostra lingua: e a lei non resta che il merito d'una nobile confessione, di cui né Plutarco né Dionisio Longino arrossirono.
Il primo nel paralello di Demostene e di Cicerone non s'attenta a paragonare la loro eloquenza; l'altro nel Trattato del sublime si reputa incompetente a tanto giudizio; eleggendo que' due magnanimi, sebben versatissimi nella Romana letteratura, di apparire men dotti per non farsi sospettare impudenti.
Poiché io pubblico questa lettera, io voleva soddisfare al debito che ha ogni scrittore di rivolgere ciò che stampa a qualche pubblica utilità, e m'accingeva a parlare su le cause e gli effetti morali dell'articolo a cui ho ardito rispondere, ed a compiangere seco lei la mendicità, la sguaiataggine e la schiavitù de' nostri giornali.
Ma presso lo stampatore di quest'opuscolo trovo pronto a pubblicarsi un volume di versioni dal greco, e nel proemio queste sentenze:
«Ai danni che si producono dal non sapere degli Scrittori, un altro poi se ne aggiunge, e gravissimo: quello, cioè, delle insane decisioni che tutto dì si pronunziano intorno alle opere letterarie.
E in questa parte, più assai che col sottrarre la debita lode agli esimii, si suole generalmente commetter gran fallo col celebrare i mediocri e gl'infimi, e col mettere alto quanto le stelle i deliri de le fantasie più sfrenate o più deboli con tanta pompa di elogi, con quanta non si applaudirebbe ai voli delle menti più vigorose e più caste.
E l'arroganza di questi giudizi ci viene per lo più da tali uomini, che o poco o nulla s'intendono di quelle cose, su le quali con usurpata autorità si accostano a dar sentenza, quand'essi pure non siano sospinti a ciò da la cieca passione, o da la abitudine, o forse ancor da gli sproni di una turpe venalità. Intanto è loro mercé, se quei giovani, i quali o non sanno o non si ardiscono ancora di giudicar per sé soli, perdono ogni norma sicura per discernere il vero bello dal falso, e se gli scrittori più dispregevoli, stoltamente adulati, si affezionano vie maggiormente ai loro vizi, e li tengono per virtù.
D'altra parte alcuni di quelli, che pur sono in via di buoni progressi, sedotti da coteste lusinghe, e meno solleciti del suffragio dei pochi saggi e dell'immortalità del nome, che dei passeggeri e popolari applausi, si distolgono dal retto cammino, e corrono ad ingrossare la folla degli scrittori ampollosi e scorretti.
Mentre parecchi dei valorosi giustamente offesi del sentirsi anteporre od equiparare i più imbelli, s'intepidiscono nell'amor de lo scrivere, o del tutto volentieri se ne allontanano.
Nella qual cosa essi imitano l'esempio di Achille, il quale non veggendosi onorato, guanto gli pareva che si competesse a la sua virtù, volle fuggire ogni occasion di mostrarla; e perciò rintraendosi co' suoi più cari a le navi, nel suo segreto l'ire addolciva; rimirando le disciplinate schiere dei Greci fuggir taciturne dinanzi alla vociferante e disordinata turba dei Barbari».
Il professore Lamberti, elegantissimo autore delle versioni, pensò quello che io penso, e lo dice meglio ch'io non so.
L'ho trascritto per presentarle con la mia lettera alcuna cosa degna di lei.
Onde finirò deplorando la dignità d'un uomo suo pari costretto, pour donner le ton aux  journalistes, a scrivere di ciò che non sa; costretto, per l'amore di noi studenti, ad affrontare la taccia, per non dir altro, di accattabrighe; costretto infine  e qui sa il cielo s'io m'investo di tutta l'angoscia del suo cuore paterno - costretto a far tradurre, e senza poter correggere i barbarismi de' traduttori, i suoi bei parti francesi nel bastardo italiano d'una gazzetta che senza stile giudica dello stile.
Ma così va il mondo, monsieur Guill...!  la colpa è d'altri, pur troppo, e noi n'abbiam l'onta e la pena; ella parlando di ciò che non intende; io rispondendo a chi non può intendermi.

Ugo Foscolo



Brescia, 26 Giugno 1807.