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Poesia di Ugo Foscolo
All'amica incerta
V 


Ferma che fai? l'incauto
Piede ritira, e ascolto
Porgi ad un labbro ingenuo
Fino ch'il giogo hai sciolto.

Non fremi ancor? Ahi misera,
Il precipizio è aperto;
Mira lo scritto ferreo:
Alto infortunio e certo.

Già semispenta lampada
Luce all'orror funèbre,
E mostra assai più orribili
L'orribili tenèbre.

Romito è il duol; le lagrime
Grondano ognor dirotte,
E sol fra veglie scorrono
L'ombre d'odiata notte.

Di', che farai? Già echeggiano
Le tombe, e i santi altari
Sol di singulti flebili,
Solo di voti amari.

Regna il digiuno; ei stringere
Aspro flagel tu vedi;
Pur disperato e languido
Geme dell'are ai piedi.

Gemi tu pure; e il gemito
Ch'a me su l'alma piomba,
Ah! t'aprirà cinerea
Troppo immatura tomba.

Se or non ti penti, ahi misera!
Fia il pentimento tardo;
Odi, tel dice squallida
L'amica d'Abelardo.

Vedi Eloisa: assidesi
Su scanno nero e scabro,
E bevo le sue lagrime
Collo sfiorito labro.

Abbi rispetto, o infausto
Amor, abbi rispetto
A quel tetro silenzio
Che mi dilania il petto:

Ella sì grida; e tacita
Prende la penna in mano,
E alfine ardisce scrivere
Ad amator profano.

Ah scrivi! ah scrivi! un barbaro
Non è dell'alme Dio,
Te involontaria vittima
L'altrui barbarie offrìo.

Sull'ara augusta e candida
Arse l'incenso impuro;
Tremàr i cerei e il tempio
A quel tremendo giuro.

Ma tu, Eloisa tenera,
No, non temer; conosce
D'un cuor sforzato a piangere
Dio le proterve angosce.

Tema flagello vindice
Chi sè spontaneo gli offre,
E gli ermi dì funerei
Con pago cor non soffre.

Ecco il tuo fato; in braccio
Per sempre a lui ti getta;
Ma di', vedrai tu intrepida
L'affanno che t'aspetta?

Riedi e ne godi: o il debile
Tuo collo al giogo appresta;
Ma trema; Iddio si vendica
Del cor che lo calpesta.