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Di un Antico Inno alle Grazie Dissertazione
di Ugo Foscolo


I versi che dichiarano il velo delle Grazie, nella descrizione del gruppo di Canova, fanno parte d'un poema italiano, le cui immagini son tolte dai Greci e specialmente da alcuni frammenti inediti, avanzo per certo di uno degli antichi inni dedicati alle Grazie.
Il più di quei versi e della struttura, e nella lingua, e nell'andamento del pensiero, somigliano tanto alla poesia generalmente creduta, di Fanocle, che quest'inno fu pure attribuito a quel poeta.
Ma non sì tosto fu annunziata la scoperta di quei frammenti, che venner veduti molti anacronismi; per esempio, la menzione di Flora e di Psiche; e notati dei tratti nei quali l'estrema accuratezza e l'artifiziosa costruzione sembrano toccare l'ultimo termine della finitezza e rivelare un poeta posteriore a quell'età, nella quale il canto lirico era in Grecia l'effusione spontanea del genio e delle passioni.
Se quei frammenti fossero stati pubblicati nell'originale greco, i dotti avrebbero potuto prima d'ora far giudizio, se non certo, almeno molto probabile intorno al nome dell'autore, alla data e al carattere dell'inno.
Ma l'impresa di mettere in luce un manoscritto che tanta ingiuria aveva sofferta dal tempo e tanto sconcio dagli errori ortografici dei monaci del medio evo, domandava assai perseveranza e potenza di critica filologica; e avanti di accingersi a siffatto lavoro l'autore italiano stimò di pubblicare la poesia propria insieme a quel tanto dei frammenti che gli avean servito di modello.
Quel poema, che l'autore non ha potuto fin qui finire in guisa degna del subbietto, è inteso ad apprestare una serie di disegni da usare nelle belle arti.
Gliene occorse il pensiero nel veder Canova all'opera intorno al gruppo delle Grazie, che ora adorna la galleria delle sculture nell'abbazia di Woburn; gruppo, che dove non fosse in noi altra idea delle Grazie, varrebbe per sè solo a destare l'immaginazione ed il cuore a quelle sorridenti visioni e teneri sentimenti, che gli antichi intendevano di esprimere con l'allegoria di queste deità.
Le allegorie, benché sembrino cose ridicole ai critici metafisici, furono non pertanto agli artisti i materiali più belli ed efficaci di lavoro; e il dispregio in che sono cadute fra noi, proviene dall'uso insensato che ne è stato fatto, e dal cattivo gusto degli inventori moderni.
Imperocché un'allegoria non è veramente che un'idea astratta personificata, la quale perché agisce più rapidamente e agevolmente sui sensi e sulla immaginazione in questa forma, ci si apprende alla mente con più prontezza.
Ai poeti ed artisti della Grecia, Venere non era altro che la rappresentazione personificata della bellezza ideale; e la statua della Venere medicea porge assai miglior dimostrazione di ciò che non tutte le raffinate teorie scritte intorno al bello e al sublime.
Se gli Ateniesi, in luogo dei poeti che fornivano di soggetti, di attitudini e di espressioni gli artisti, avessero avuto filosofi del fare di Burke e di Mendelssohn, può ben dubitarsi che non avrebbero mai prodotto quei capolavori di scultura che Fidia riconosce da tre versi della Iliade.
Michelangelo, il genio più originale e creativo nelle arti, vantava di aver tolto dal poema di Dante le sue figure, le composizioni, le movenze, l'espressione.
Dagli incidenti dell'episodio allegorico d'Apuleio trasse la fantasia di Raffaele i meravigliosi disegni ond'egli potè aggiungere nuove attrattive e classiche bellezze alla favola di Cupido e Psiche.
Inoltre quasi tutti i concetti che il genio creativo della poesia porge alle belle arti rifluiscono a guisa di nuove e più facili sorgenti d'ispirazione dalle opere degli artisti alle menti dei poeti; e così la sublime e grandiosa descrizione del Bardo:

Robed in the sable garb of woe,

Loose his beard and hoary hair.

Stream 'd like a meteor, to the troubled air


confessò Gray d'averla copiata dalla terribil figura che un verso del profeta ebreo aveva suscitata nella fantasia di Raffaele.
Ma le Grazie (benché quasi tutti gli autori greci e latini, come se fosse un dover religioso, ne faccian menzione) non ebbero mai una mitologia tanto nota e sì ben definita, che potesse prestare immagini alle belle arti.
Raro è che gli antichi poeti ci dicano, che quelle deità avean tempio e che appiè dei loro altari si offrivano preghiere: alcuni dotti moderni hanno creduto che le Grazie avessero appena diritto a particolari sacrifizi; e che i riti e le adorazioni e le offerte destinate ad esse si comprendessero in quelle appartenenti a Venere.
Le eccezioni a quest'opinione attinte da qualche luogo del romanzo pastorale di Longo, e da un Idillio di Teocrito, sembrano anzi confermarla.
Imperocché Longo scriveva in un tempo, che la teologia e i riti del paganesimo non erano conosciuti se non per tradizioni miste già di nuovi usi e più recenti finzioni; e Teocrito non considera le Grazie se non come deità allegoriche, che avevano ufficio d'ispirare al ricco la liberalità, al povero la gratitudine.
Nondimeno le Grazie ebber luogo nella teogonia fin dai più remoti tempi del politeismo; ed alcune allegorie che ad esse si riferiscono, contengono misteri religiosi tanto astrusi che si niegano alla comprensione di chicchessia.
Per darne qualche esempio, se le Grazie non eran tre, cessavan d'essere le Grazie; ove una di loro fosse divisa dalle altre due, la loro divinità non era più; e sebbene ciascheduna delle tre fosse adorna di qualità proprie a sé sola, pure ciascheduna partecipava le qualità delle altre.
Ma esse eran anche venerate per altri attributi più facili ad essere compresi; e se quelle antiche allegorie fossero stato dichiarate da Platone o da Bacone noi avremmo avuto una conferma di più alla opinione messa innanzi da loro, che le allegorie derivano da una propensione naturale della mente umana, che sono da noverare fra le più graziose produzioni della fantasia, e che la loro applicazione morale è dettata da una sapienza sollecita del miglioramento e perfezionamento della vita sociale.
I frammenti di quest'inno greco sono per verità curiosissimi e di grande importanza, conservando tradizioni che ci erano sconosciute fin qui, intorno alla mistica mitologia delle Grazie.
Noi li produrremo qui in una versione italiana, dando loro talvolta forma di parafrasi, e traducendoli talvolta letteralmente.
Le Grazie erano deità poste in mezzo fra gli uomini e gli dei; abitavano sulla terra invisibili ai mortali, eppur facendo sentire intorno i buoni effetti di lor presenza.
Secondo il sistema simbolico del politeismo che assegnava un pianeta a ciascun iddio, il globo della terra consideravasi sottoposto alla immediata influenza d'Amore, il quale fecondandolo, infiammava tutti i suoi abitatori di ardenti passioni, simili a quelle che tuttavia imperversano tra le belve e i cannibali.
Venere, che secondo lo stesso sistema era il simbolo della natura universale, mossa a pietà del genere umano, vedendo che esso non era capace di migliorare e perfezionarsi, creò le Grazie e primamente comparve con esse a Citèra. Colà, non si erano mai udite preci ai numi, nè mai vedute danze giulive nè cantici d'imeneo erano mai risuonati; ululati di bestie rapaci e latrar di cani ferivano l'aria di continuo; e tutto era pieno di terrore e spavento pel fischiar degli strali, per le grida degli uomini contendentisi l'orso da loro ucciso, e pei gemiti dei cacciatori feriti.
Cerere avea fatto loro, già tempo, il dono dell'aratro, e, provvida dea, avea chiamato Bacco che adornasse di vigneti i colli di Citèra.
Ma indarno: il vomere irrugginì abbandonato entro il solco che appena avea cominciato a segnare; e i grappoli furono divorati, prima che cominciassero a imporporarsi dei raggi di un sole d’autunno.
Ma non sì tosto comparve Venere con con le Grazie in mezzo agli abitatori di Citèra, i cacciatori, le donzelle, i fanciulli lasciarono cadersi di mano gli archi e gli strali e d'un tratto passarono dal terrore alla meraviglia, dalla ferocia alla gentilezza: lasciarono la caccia e divenner pastori.

Non prieghi d'inni o danze d'imenei,
Ma di veltri perpetuo l'ululato
Tutta l'isola udia, e un suon di dardi
E gli uomini sul vinto orso rissosi,
E de’ piagati cacciatori il grido.
Cerere invan donato avea l'aratro
A que' feroci; invan d'oltre l'Eufrate
Chiamò un di Bassarèo, giovane dio,
A ingentilir di pampini le rupi:
Il pio strumento irrugginia su' brevi
Solchi, sdegnato; e divorata, innanzi
Che i grappoli recenti imporporasse
A' rai d'autunno, era la vite: e solo
Quando apparian le Grazie, i cacciatori
E le vergini squallide, e i fanciulli
L'arco e il terror deponean, ammirando.



All’apparir delle Grazie, la terra si coperse di fiori; ma quelli esseri divini non se ne adornarono: Venere solamente:

Mille habet ornatus, mille decenter habet.



Le Grazie son sempre ignude, adorne di loro natia amabilità, protette dall'innocenza propria e dalla innocenza che ispirano,
Gratia cum Nymphis geminisque sororibus audet

Ducere nuda choros.
Intrecciano viole e rose bianche, e quelle trecce avvolgono a un ramoscello di cipresso, e aggiuntevi delle perle (le perle che coronavano Venere quando emerse dal fondo dell'oceano) offrono siffatta ghirlanda alla madre loro. D'allora in poi i Greci usarono sempre di cantar inni alle Grazie all'ombra del cipresso e di offrire sul loro altare una tazza di latte ghirlandata di bianche rose, perle e viole.
I versi che seguono sono tradotti letteralmente da uno dei frammenti greci.

Fu quindi
Religïone di libar col latte
Cinto di bianche rose, e cantar gl'inni
Sotto a' cipressi ed offerire all'ara
Le perle, e il primo fior nunzio d'aprile,



Donde appare che le offerte di tortore, colombe e frutta che, nel romanzo pastorale di Longo, Dafni e Cloe porgono alle tre Grazie, debbono essere innovazioni di una età posteriore. Secondo i riti più antichi, i sacrifizi alle Grazie erano di latte, in memoria della introdotta vita pastorale, le cui pacifiche arti eran succedute alle selvagge abitudini della caccia; e si usavano ghirlande di cipresso per ciò che il cipresso era fra gli emblemi della morte, non obliata mai dagli antichi nelle festive adunanze: e quella mesta allusione che spesso incontrasi nei canti dei conviti e nelle giulive canzoni d'Anacreonte e d'Orazio non solamente ha in sè un proposito morale, ma fa ancora in poesia l'effetto d'un chiaroscuro.

L'idea di rappresentare le Grazie come ancelle ministre di Venere, addette all'uffizio di ornarne la persona, sembra venuta dopo i tempi di Omero. Ma siccome, nel vero, tutti gli allettamenti della bellezza derivano dalle Grazie, l'allegoria fu immaginata acconciamente, ed ha suggerito molte belle immagini ai poeti antichi, ed eleganti composizioni e disegni agli artisti.

In quest'inno greco Venere si fa vedere nel momento che sorge dall'Oceano; ed una delle Grazie asterge le chiome stillanti della Dea e le compone a trecce; un'altra invita i Zeffiri a predar l'ambrosia dal seno di Venere per fecondarne i fiori di primavera; mentre la terza spande un velo su le belle forme della Dea, affinchè non sieno profanate dal cupido sguardo degli uomini ispidi ancora ed incolti.



L'una tosto a la Dea col radïante
Pettine asterge mollemente e intreccia
Le chiome de l'azzurra onda stillanti;
L'altra ancella a le pure aure concede,
A rifiorire i prati a primavera,
L'ambrosio umore ond'è irrorato il petto
De la figlia di Giove; vereconda
La lor sorella ricompone il peplo
Su le membra divine, e le contende
Di que' mortali attoniti al desio.



Tutti i pensieri ond'è composto l'estratto seguente si trovano in diversi frammenti dell'inno; e provano abbastanza, che gli antichi credevano la coltura della razza umana essere stata opera delle Grazie.
Poichè Venere ebbe dapprima introdotto le Grazie alla vista dei mortali in Citèra, le lasciò per tre giorni andare per la Grecia; la cui geografia è così descritta da mostrare o che il poeta appartenne ad un'età antichissima, o che egli desiderò far credere che il suo inno era di quelli attribuiti ad Omero.
Citèra non era ancor circondata dalle onde del mare: perché là, dove ora noi vediamo le navi spander le vele ai venti, i nostri maggiori vedeano una negra foresta stendersi coll'ombra sua.
Di là il culto degli Dei era sbandito, i figli della terra si guerreggiavano l'un l'altro a morte; e
il superstite vincitore facea convito delle membra del caduto nemico.
Come prima quei selvaggi ebber visto il carro delle Grazie e della madre, mandarono orrende grida e misero mano ai ferri.
La dea stringendosi al seno le giovinette figlie trepidanti e coprendole del suo velo gridò: Sommergiti, o foresta! e di subito la foresta e il terreno ond'era surta e che allora congiungeva Citèra al continente della Laconia, disparve e fece via al mare.


Ancor Citèra
Del golfo intorno non sedea regina;
Dove or miri le vele alte su l’onda,
Pendea negra una selva, ed esiliato
N'era ogni dio da' figli della terra
Duellanti a predarsi: e i vincitori
D'umane carni s'imbandian convito.
Videro il cocchio e misero un ruggito,
Palleggiando la clava. Al petto strinse,
Sotto al suo manto accolte, le tremanti
Sue giovinette, e: Ti sommergi, o selva!
Venere disse, e fu sommersa. Ahi tali
Forse eran tutti i primi avi dell'uomo!
Quindi in noi serpe, ahi miseri, un natio
Delirar di battaglia; e se pietose
Nel placano le Dee, spesso riarde
Ostentando trofeo l'ossa fraterne.



I tre dì che le Grazie stettero nella Grecia cangiarono l'aspetto del paese, stato fino allora irto di foreste e insanguinato dai cannibali, in un giardino popolato di cultori.
Si ha pure in questi frammenti alcuna traccia di quelle pratiche religiose che i Greci primamente sostituirono ai sacrifizi umani.
A spiegar questi versi sarebbe mestieri avventurarsi troppo nelle congetture e supplire alle lacune con tradizioni appartenenti ad altri periodi dell'antichità.
È ben da lamentare che i tempi abbian reso quasi affatto illeggibile un lungo tratto che sembra aver descritta l'influenza delle Grazie non solo nel perfezionare e far progredire le belle arti, ma nel farle primamente apparire in Grecia.
Ciò nondimeno è chiaro che l'autore dell'inno seguiva la dottrina, che dall'armonia riconosceva l'origine delle leggi di natura e le forme impresse nelle varie opere della potenza creativa.
Venere, nel momento di lasciar la terra per rendersi all'abitazione degli dei, menò le Grazie sulla cima del monte Ida, e pervenuta a quell'altezza dove le creste del monte apparivano colorate d'un roseo celeste e dalle stelle pareano effondersi fiumi di aurea luce, accomiatossi dalle sue figlie, dicendo loro che, le regioni celesti essendo felici abbastanza, le Grazie doveano rimanere alla terra, dov'erano assai sventure che domandavano conforto, e il cielo affiderebbe loro molti beni da dispensare fra gli uomini.
Quando gli dei, continuava Venere, avranno deliberato di non sopportare più a lungo le iniquità degli uomini, ma di far loro sentire quanto pesi la punizione, io vi ritrarrò nel cielo framezzo ai turbini e alle folgori che circondano mio padre, e voi li mitigherete.
Ora io vi lascio, ma tosto che sarò giunta alle stelle, voi udirete scendere dal cielo l'armonia, la cui virtù solo per voi può esser diffusa fra i mortali.
Essa ispirerà, dirigerà la mente degli uomini per alleggerirne i travagli e le pene, e liberarli dal terrore della morte.
I campi elisi vi saranno anch'essi gradevole albergo; colà rallegrerete del vostro sorriso i poeti che colsero allori con mani incontaminate, principi che regnarono benigni, giovani madri che non diedero mai a suggere ai loro bamboli il latte di una straniera, modeste fanciulle che non tradirono mai il segreto del loro amore, ma nel fior della vita lo si recarono inviolato nella tomba, e giovani valorosi che caddero combattendo alla difesa della patria.
Siate immortali, ed eterna sia la vostra bellezza.
Mentre proferiva queste ultime parole, e fissi gli occhi intentamente nelle figlie, la Divina impartì loro
la carnagione e la freschezza dell'aurora, e lasciolle.
Le Grazie continuarono a riguardare verso di lei cogli occhi suffusi di lagrime; ed ella, quando ebbe quasi raggiunto le celesti magioni, si volse a guardar le sue figlie, e disse:
Il destino vi sta apparecchiando afflizioni che vi faranno degne di gioia immortale.
Non appena la dea ebbe ripreso albergo nel suo pianeta, tutto quanto il cielo fu commosso delle note giulive dell'armonia dell'universo.



E solette radean lievi le falde
De l'Ida irriguo di sorgenti; e quando
Fur più al Cielo propinque, ove una luce
Rosea le vette al sacro monte asperge,
E donde sembran tutte auree le stelle,
Alle vergini sue, che la seguieno
Mandò in core la dea queste parole:
Assai beato, o giovinette è il regno
De' celesti ov'io riedo; a la infelice
Terra ed a' figli suoi voi rimanete
Confortatrici: sol per voi sovr'essa
Ogni lor dono pioveranno i numi:
E se vindici sien più che clementi,
Allor fra' nembi e i fulmini del Padre,
Vi guiderò a placarli. Al partir mio
Tale udirete un'amonia dall'alto,
Che diffusa da voi farà più liete
Le nate a delirar vite mortali,
Più deste all'arti e men tremanti al grido
Che le promette a morte. Ospizio amico
Talor sienvi gli Elisi: e sorridete
A' vati, se cogliean puri l'alloro,
Ed a’ prenci indulgenti ad a le pie
Giovani madri che a straniero latte
Non concedean gl'infanti, e a le donzelle
Che occulto amor trasse innocenti al rogo,
E a' giovinetti per la patria estinti.
Siate immortali, eternamente belle!
Più non parlava, ma spargea co' raggi
De le pupille sua sopra le figlie
Eterno il lume da la fresca aurora,
E si partiva: e la seguian cogli occhi
Di lagrime suffusi, e lei da l'alto
Vedean conversa, e questa voce udiro;
Daranno a voi dolor novello i fati
E gioia eterna. E sparve; e trasvolando
Due primi cieli, si cingea nel puro
Lume dell'astro suo. L'udì Armonia,
E giubilando l'etere commosse.

Questa dottrina dell'armonia dell'universo, sembra essere stata esposta e invigorita, anzi che inventata, da Pitagora; essa attribuisce ogni perfezione od imperfezione, qualunque virtù o vizio, la felicità e le miserie che si ritrovano fra gli uomini ad un maggiore o minor grado di armonia. Laonde, per rispetto alle belle arti, come la musica dipende dall'armonia de' suoni, così la scultura dall'armonia delle forme, e la pittura dall'armonia delle linee e dei colori.
Nella stessa guisa il più o meno di felicità goduta da ciascheduno sta in ragione dell'armonia che regna nelle sue passioni, e noi siamo infelici per effetto di discordia o di dissonanza fra' nostri sentimenti.
Scosse improvvise, commozioni violente, perturbando, squilibrando la mente umana, mettono in noi lo stordimento e l'agitazione, ed allora ne va smarrita ogni amabile idea, ogni grazioso sentimento.
E però smodata gaiezza e dolore profondo sono ignoti alle Grazie; queste deità sorridendo talora con temperata letizia, e talor sospirando con gentile pietà, fanno a quando a quando che l'uom si ricordi di essere stato affidato alle alterne cure del piacere e del dolore, come a due guide che debbono sostenerlo, a correr diritto o sorvolare per lo spazio di vita assegnatogli.
Il piacere gli dà forza e coraggio a tollerare, il tocco crudele del dolore, dal quale gli viene insegnato il cammino della virtù e della gloria.

Rimembran come il ciel l'uomo concesse
Al diletto e agli affanni, onde gli sia
Librato e vario di sua vita il volo,
E come a la virtù guidi il dolore,
E il sorriso e il sospiro errin sul labbro
De le Grazie; e a chi son fauste e presenti,
Dolce in core ei s'allegri e dolce gema.



Ma come le violente passioni avrebbero distrutto le più miti aspirazioni delle Grazie, sovvenne al poeta l'avventuroso pensiero di proteggere quelle deità con un velo dagli assalti dell'Amore,
che governa questo globo impetuosamente e da tiranno.
È sì trasparente quel velo, che pur non asconde, ma neanche adombra le bellissime forme a guisa di amuleto invisibile le difende dal fuoco delle passioni divoratrici.
Di questo velo fu per avventura creduto che altro non fosse se non un simbolo di modestia; ma se si consideri in che modo è descritto, ci è mestieri supporre che nella sua allegoria avvolgeasi un senso più astruso e molteplice.
Esso è lavoro di molte dee, che dirige Pallade.
Le fila dell'ordito son tratti dai raggi del sole e acconce al telaio dalle Ore; una porzione dello stame interminabile (quello di che il destino fila la vita degli dei, e che trasparente e flessibile come l'aria ha di più lo splendore e la durezza del diamante) è messo sulla spola dalle Parche.
Psiche siede silenziosa, compresa dalla memoria della lunga serie dei suoi affanni, e tesse; mentre Tersicore le si svolge intorno al telaio, danzando per divertirla e animarla a finir l'opera.
Iride dà i colori e Flora li moltiplica in mille varietà di tinte e figure, di che eseguire il ricamo, che Erato le detta cantando al suono della lira di Talia.
Il ricamo è fatto di gruppi, che rappresentano la gioventù, l'amor coniugale, l'ospitalità, la pietà filiale e la tenerezza materna.
Le immagini e la morale del gruppo mentovato per ultimo danno un'idea abbastanza esatta degli altri.
Una giovine madre seduta alla culla del suo primo nato, temendo non quei gemiti sieno pronostico di vicina morte, chiama al cielo con tutta la importunità delle preghiere e delle lagrime.
Oh quanto è felice quella tenera madre che non sa! dice Erato a Flora: ella non conosce che ai fanciulli è la morte un benefizio, e che i loro pianti sono luttuosi presagi dei travagli e delle pene a cui l'uomo è nato.
Non appena Flora ha finito il ricamo, l’Aurora adorna i lembi del velo con rose, ignote fino allora alla terra, benchè i mortali ne avessero sentita la fragranza, indizio d'alcun essere celeste che s'avvicina. Nè però il velo era compiuto.
Ebe viene tacitamente tra le altre deità, e dal suo vaso spande ambrosia sulla tela fatale, e la rende incorruttibile.
Mentre opravan le dee,


Pallade in mezzo
Con le azzurre pupille amabilmente
Signoraggiava il suo virgineo coro.

Attenuando i rai aurei dei sole,
Volgeano i fusi nitidi tre nude
Ore, e del velo distendean l'ordito.
Venner le Parche di purpurei pepli
Velate e il crin di quercia; e di più trame
Raggianti, adamantine, al par de l'etra,
E fluide e pervie e intatte mai da morte,
Trame onde filan degli dei la vita,
Le tre presaghe riempian la spola.
Né men dell'altre innamorata, all'opra
Iri scese fra' Zefiri; e per l'alto
Le vaganti accogliea, lucide nubi
Gareggianti di tinte, e sul telaio
Pioveale a Flora a effigiar quel velo;
E più tinte assumean riso e fragranza
E mille volti dalla man di Flora.
E tu, Psiche, sedevi, e spesso in core,
Senz'aprir labbro, ridicendo: Ahi, quante
Gioie promette, e manda pianto Amore!
Raddensavi col pettine la tela.
E allor feconde di Talia le corde,
E Tersicore dea, che a te d'intorno
Fea tripudio di ballo e ti guardava,
Eran conforto a' tuoi pensieri e a l'opra.
Correa limpido insiem d'Erato il canto
Da que' suoni guidato; e come il canto
Flora intendeva, e sì pingea con l’ago.

Mesci, odorosa dea, rosee le fila;
E nel mezzo del velo ardita balli,
Canti fra ‘l coro delle sue speranze
Giovinezza: percote a spessi tocchi
Antico un plettro il Tempo; e la danzante
Discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a' piedi suoi destano fiori
A fiorir sue ghirlande: e quando il biondo
Crin t'abbandoni e perderai 'l tuo nome,
Vivran que' fiori, o Giovinezza, e intorno
L'urna funerea spireranno odore.

Or mesci, amabil dea, nivee le fila;
E ad un lato del volo Espero sorga
Dal lavor di tue dita; escono errando
Fra l'ombre e i raggi fuor d'un mirteo bosco
Due tortorelle mormorando ai baci;
Mirale occulto un rosignuol, e ascolta
Silenzioso, e poi canta imenei:
Fuggono quelle vereconde al bosco.

Mesci, madre dei fior, lauri alle fila;
E sul contrario lato erri co' specchi
Dell'alba il sogno; e mandi a le pupille
Sopite del guerrier miseri i volti
De la madre e del padre allor che all'are
Recan lagrime e voti; e quei si desta,
E i prigionieri suoi guarda e sospira.

Mesci, o Flora gentile, oro alle fila;
E il destro lembo istorïato esulti
D'un festante convito: il Genio in volta
Prime coroni agli esuli le tazze.
Or libera è la gioia, ilare il biasmo,
E candida è la lode. A parte siede
Bello il Silenzio arguto in viso e accenna
Che non fuggano i motti oltre le soglie.

Mesci cerulee, dea, mesci le fila;
E pinta il lembo estremo abbia una donna
Che con l'ombre i silenzi unica veglia;
Nutre una lampa su la culla, e teme
Non i vagiti del suo primo infante
Sien presagi di morte; e in quell'errore
Non manda a tutto il cielo altro che pianti.
Beata! ancor non sa come agl'infanti
Provido è il sonno eterno, e que' vagiti
Presagi son di dolorosa vita.

Come d'Erato al canto ebbe perfetti
Flora i trapunti, ghirlandò l'Aurora
Gli aerei fluttuanti orli del velo
D'ignote rose a noi; sol la fragranza,
Se vicino è un iddio, scende alla terra.
E fra l'altre immortali ultima venne
Rugiadosa la bionda Ebe, costretti
In mille nodi fra le perle i crini,
Silenzïosa, e l'anfora converse:
E dell'altre la vaga opra fatale
Rorò d'ambrosia; e fu quel velo eterno.
Poi su le tre di Citerea gemelle
Tutte le dive il diffondeano; ed elle
Fra le fiamme d'amore invano intatte
A rallegrar la terra; e sì velate
Apparian come pria vergini nude.



Non è improbabile che le più antiche pitture storiche fossero rappresentate per trapunti nelle vesti. Omero, che non fa mai motto di pittura, parla degli arazzi come di lavori cui venivano avvezze le figlie e le mogli dei re. Quando Paride si arma per andare a combattere con Menelao, Elena siede al telaio:



....................................tessea
A doppia trama una splendida e larga
Tela, e su quella istoriando andava
Le fatiche che molte a sua cagione
Soffriano i Teucri e i coturnati Achei.



L'espediente cui s'appigliano talora i poeti, di descrivere pitture e sculture storiche, invece di parlare in loro propria persona, produce il doppio vantaggio e di variare il tono della narrativa e d'introdurre episodi con più naturalezza.
Virgilio ed alcuni epici moderni nel valersi di questo privilegio ne hanno abusato, e senz’aggiungere alcuna novità all’antico espediente, le loro imitazioni rimangono di gran lunga inferiori alla descrizione degli scudi di Achille e di Ercole lasciataci da Omero e da Esiodo.
Ma il trapunto del velo delle Grazie, benché sembri ispirato dagli stessi prototipi, è nondimeno trattato in guisa, che ha vista di concepimento originale.
Figure e gruppi non sono descritti dal poeta, ma Flora li disegna ella medesima, e li colorisce ammaestrata da Erato, e pare, mentre noi stiamo ascoltando il canto delle Muse, che quelle figure l'una dopo l'altra sorgano e si muovano innanzi agli occhi nostri.
Anche il concetto morale di esso è ovvio; perché, sebbene Aristotile, o piuttosto i dommatici interpreti de' suoi oracoli, insegnino il contrario, i poeti non devono scriver versi a diletto solamente degli oziosi: gli antichi fecero ciò veramente, in special modo quelli che scriveano inni da esser cantati nei tempi mentre venivano offerti i sacrifizi nelle feste solenni.
Quanto a tutti gli altri inni pervenuti fino a noi (da quelli attribuiti ad Omero ed Orfeo a quelli de' poeti della scuola alessandrina), il misticismo di che sono avviluppati era inteso a farne altrettanti strumenti che consacrassero e conservassero favolose tradizioni e riti di culto, piuttosto che a dirigere gli usi
e costumi.
Forse il solo che fa eccezione a ciò è il carme secolare di Orazio.
Quest'inno alle Grazie è abbondante di mistiche allegorie anche più di quelli antichissimi inni;
ma comprende insieme più gran numero di allusioni assai ovvie.
Qui le Parche sono le incomprensibili deità di Platone, coronate di quercia e avvolte in lunghi manti di porpora, il mistico numero di tre evvi conservato sempre scrupolosamente, tre Grazie, tre Ore, tre Parche sono a parte del lavoro; tre dee: Pallade, Psiche ed Ebe, concorrono nella principal parte dell'opera e in tutti i processi che debbono rendere immortale quel velo, mentre tre altre, Iride, Flora, ed Aurora, si adoperano a farne gli adornamenti; ed invece di nove vi sono mentovate solo tre Muse: Tersicore, Talia, Erato.
Molte altre peculiarità di questa specie potrebbero esser segnalate; ma a voler dichiararle si darebbe in erronee congetture, e di più sarebbe inutile impresa.
Rispetto alle allusioni morali che trovansi in questi frammenti, non che in quelli generalmente
della mitologia dei poeti greci, noi possiamo forse a buon diritto lamentare che esse non sieno state abbastanza considerate, specialmente dagli artisti.
Le massime - che qualunque cosa bella, elegante e graziosa ne rinfresca l'anima e conforta lo spirito; che pietà, liberalità, e modestia sono le più amabili, propensioni di nostra natura; che da esse la vita sociale deriva le sue più dolci attrattive e le maggiori utilità ; che la felicità sta nella contemperanza
ed equilibrio delle nostre passioni e nel debito esercizio delle virtù intellettive...... sono altrettante verità che un poeta simile a quello del Saggio sull’uomo potrebbe col mezzo di bella verseggiatura scolpire profondamente nella nostra memoria: il nostro cuore però rimarrebbe freddo, e la fantasia dormente; e indarno vorrebbe un pittore o uno scultore cercare ispirazioni da siffatti poemi.
Ma in tutto quel che i poeti antichi dicono delle Grazie, le stessissime verità, espresse per via di figure, son poste in azione con tanta vivezza, che di leggieri se ne possono formare pitture e gruppi di scultura, forse in ricompensa dell’aver la greca mitologia ispirato al Canova il concetto di questo gruppo delle Grazie.
Questo gruppo, la men terrestre forse delle sue creazioni, ispirerà un giorno la fantasia di qualche poeta con la più universale e meno metafisica nozione di quanto v'ha di amoroso e di bello nella natura.