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Poesia di Salvo Padrenostro
Storia universale dell'inganno


Il Tempo in cui era in piedi
il Mondo non vacillava.
Il Tempo in cui sentivamo
il cuore sognare e sognavamo
un treno diretto verso un Mare
sereno e tirreno; in cui
il Fango era la creta
con cui fingevamo la Vita.
E il terreno umido ancora
dalla sera piovutagli
a grandine.

Poi, nel tempo, vennero
i fenici a ferirci
con barche cariche delle
più preziose Marche
automobilistiche: sembravano
innocue creature della Plastica;
e, felici, Noi non ci accorgemmo
delle precauzioni d'uso
custodite nella scatola.
Così il nostro Tempo finì
tra la carta al Macero di
macerata e le Macerie
d'irpinia.

Adesso c'è solo un paleolitico
digitare, un palpitare di bit,
che non è il rumore del treno
che fila sereno verso il mare,
che sbuffa striscia e frena
s'ingolfa e s'arena; c'è solo
un bippìo di Erogatrici di tutto,
che prendono danno non danno
resto, e lo fanno senza parlare.
Noi, felici cinefili, non ci accorgiamo
nemmeno che il treno s'è rotto
che il Mondo è caduto in rovina;
stupidi bipedi, Ne buttammo la scatola
tra la carta che al Macero andava,
oppure in Discarica,
tra le Macerie d'irpinia, tra le grinfie
d'Arpia.