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Poesia di Remo Mannoni
Case popolari

Quattro sagome ossute
formano un imbuto
dove la vita cola il suo sciroppo.

Dietro i muri gialli e rigidi
filettati di grondaie,
come guardie daziarie in divisa
filano l'intrigo e il dramma;
e la noia va in ciabatte,
la miseria si dibatte...
Ascolta. Tre battute da commedia.
Voce irata, un mandolino,
la caduta d'una sedia.
Poi... polifonia incessante di rumori.


Una canzone che sa di bucato...
una voce secca: cosa dice?!!!
Saltabecca come un razzolar
di galline...
Un odore di cucina
che s'insinua nelle nari...

Pianerottoli deserti; usci aperti
semi aperti come gusci
di tartarughe. N'escon frusci
laboriosi, vi compaiono rughe
di diffidenza.
E finestre, cento. Occhi,
sempre occhi geometrici a guardare.
Alveare? Cellulare?
S'odon pianti soffocati di bambini.

Nella corte, su le scapigliate aiuole,
qualche pettine di sole
si trastulla: presso,
tre scolari in grembiule,
una serva con la spesa...

Frullo d'ali. Una rondine
strapiomba a capofitto;
ma la casa già s'imbruna
e la luna, come vigile notturno,
monta in guardia sul terrazzo.

È la casa tutta invasa
di penombre e lampi gialli.
Alle sue vene di piombo
giunge il rombo
della vita cittadina;
ma in sordina...

S'indovina che qualcosa,
più lontano, forse invano,
si trastulla: tutto, e nulla!

da Fermento

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