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maratona
Poesia di Primo Levi 
Il decatleta

Credetemi, la maratona non è niente,
Né il martello né il peso: nessuna gara singola
Può compararsi con la nostra fatica.
Ho vinto, sì: sono più famoso di ieri,
Ma sono molto più vecchio e più logoro.
Ho corso i quattrocento come uno sparviero,
Senza pietà per quello che mi stava a spalla.
Chi era? Uno qualunque, un novizio,

Uno mai visto prima,
Un tapino del terzo mondo,
Ma chi ti corre accanto è sempre un mostro.
Gli ho stroncato le reni, come volevo;
Godendo del suo spasimo, non ho sentito il mio.
Per l’asta, è stato meno facile,
Ma i giudici, per mia fortuna,
Non si sono avveduti del mio trucco
E i cinque metri me li hanno fatti buoni.
E il giavellotto, poi, è un mio segreto;
Non bisogna scagliarlo contro il cielo.
Il cielo è vuoto: perché vorreste trafiggerlo?
Basta che immaginiate, in fondo al prato,
L’uomo o la donna che vorreste morti
E il giavellotto diverrà una zagaglia.
Fiuterà il sangue, volerà più lontano.
Dei millecinque, non vi saprei dire;
Li ho corsi pieno di vertigine
E di crampi, testardo e disperato,
Terrificato
Dal tamburo convulso del mio cuore.
Li ho vinti, ma a caro prezzo:
Dopo, il disco pesava come di piombo
E mi sfuggiva dalla mano, viscido
Del mio sudore di veterano affranto.
Dagli spalti mi avete fischiato,
Ho sentito benissimo.
Ma che cosa pretendete da noi?
Che cosa ci richiedereste ancora?
Di levarci per l’aria in volo?
Di comporre un poema in sanscrito?
Di arrivare alla fine di pi greco?
Di consolare gli afflitti?
Di operare secondo pietà?

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