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campoconcentramento
Ottobre 1944
di Primo Levi

Con tutte le nostre forze abbiamo lottato perché l'inverno non venisse. Ci siamo aggrappa ti a tutte le ore tiepide, a ogni tramonto abbiamo cercato di trattenere il sole in cielo ancora un poco, ma tutto è stato inutile. Ieri sera il sole si è coricato irrevocabilmente in un intrico di nebbia sporca, di ciminiere e di fili, e stamattina è inverno.
Noi sappiamo che cosa vuol dire, perché eravamo qui l'inverno scorso, e gli altri lo impareranno presto. Vuol dire che, nel corso
di questi mesi, dall'ottobre all'aprile, su dieci di noi, sette morranno. Chi non morrà, soffrirà minuto per minuto, per ogni giorno, per tutti i giorni: dal mattino avanti l'alba fino alla distribuzione della zuppa serale dovrà tenere costantemente i muscoli tesi, danzare da un piede all'altro, sbattersi le braccia sotto le ascelle per resistere al freddo. Dovrà spendere pane per procurarsi guan-
ti, e perdere ore di sonno per ripararli quando saranno scuciti.
Poiché non si potrà più mangiare all'aperto, dovremo consumare i nostri pasti nella baracca, in piedi, disponendo ciascuno di un
palmo di pavimento, e appoggiarsi sulle cuccette è proibito. A tutti si apriranno ferite sulle mani, e per ottenere un bendaggio
biso
gnerà attendere ogni sera per ore in piedi nella neve e nel vento.
Come questa nostra fame non è la sensazione di chi ha saltato un pasto, cosi il nostro modo di aver freddo esigerebbe un nome
particolare. Noi diciamo «fame», diciamo «stanchezza», «paura», e «dolore», diciamo «inverno», e sono altre cose.
Sono parole li
bere, create e usate da uomini liberi che vivevano, godendo e soffrendo, nelle loro case. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspr.o linguaggio sarebbe nato; e di questo si sente il bisogno per splega~e cosa è faticare l'intera giornata nel vento, sotto zero, con solo mdosso camicia, mutande, giacca e brache di tela, e in corpo debolezza e fame e consapevolezza della fine che viene.
In quel modo con cui si vede finire una speranza, così stamattina è stato inverno. Ce ne siamo accorti quando siamo usciti dalla
baracca per andarci a lavare: non c'erano stelle, l'aria buia e fredda aveva odore di neve. In piazza dell'Appello, nella prima luce,
alla adunata per il lavoro, nessuno ha parlato. Quando abbiamo visto i primi fiocchi di neve, abbiamo pensato che, se l'anno scorso
a quest'epoca ci avessero detto che avremmo visto ancora un inverno in Lager, saremmo andati a toccare il reticolato elettrico; e
che anche adesso ci andremmo, se fossimo logici, se non fosse di questo insensato pazzo residuo di speranza inconfessabile.
Perché «inverno» vuol dire altro ancora.
La primavera scorsa, i tedeschi hanno costruito due enormi tende in uno spiazzo del nostro Lager. Ciascuna per tutta la buona stagione ha ospitato più di mille uomini; ora le tende sono state smontate, e duemila ospiti in soprannumero affollano le nostre
ba
racche. Noi vecchi prigionieri sappiamo che queste irregolarità non piacciono ai tedeschi, e che presto qualcosa succederà perché il nostro numero venga ridotto.
Le selezioni si sentono arrivare. «Selekcja»: la ibrida parola latina e polacca si sente una volta, due volte, molte volte, intercalata in discorsi stranieri; dapprima non la si individua, poi si impone all'attenzione, infine ci perseguita.
Stamattina i polacchi dicono «Selekcja». I polacchi sono i primi a sapere le notizie, e cercano in genere di non lasciarle diffondere, perché sapere qualcosa mentre gli altri non la sanno ancora può sempre essere vantaggioso. Quando tutti sapranno che la selezione è imminente, il pochissimo che qualcuno potrebbe tentare per defilarsi (corrompere con pane o con tabacco qualche medico o qualche prominente; passare dalla baracca in Ka-Be o viceversa, al momento esatto, in modo da incrociare la commissione) sarà  già monopolio loro.
Nei giorni che seguono, l'atmosfera del Lager e del cantiere è satura di «Selekcja»: nessuno sa nulla di preciso e tutti ne parlano, perfino gli operai liberi, polacchi, italiani, francesi, che di nascosto vediamo sul lavoro. Non si può dire che ne risulti un'ondata
di abbattimento. Il nostro morale collettivo è troppo inarticolato e piatto per essere instabile. La lotta contro la fame, il freddo e
il lavoro lascia poco margine per il pensiero, anche se si tratta di questo pensiero. Ciascuno reagisce a suo modo, ma quasi nessuno con quegli atteggiamenti che sembrerebbero più plausibili perché sono realistici, e cioè con la rassegnazione o con la disperazione. Chi può provvedere provvede; ma sono i meno, perché sottrarsi alla selezione è molto difficile, i tedeschi fanno queste cose con grande serietà e diligenza.
Chi non può provvedere materialmente cerca difesa altrimenti.
Ai gabinetti, al lavatoio, noi ci mostriamo l'un l'altro il torace, le natiche, le cosce, e i compagni ci rassicurano: - Puoi essere
tran
quillo, non sarà certo la tua volta, ... du bist kein Muselmann ... io piuttosto invece ... - e a loro volta si calano le brache e sollevano la camicia.
Nessuno nega altrui questa elemosina: nessuno è cosi sicuro della propria sorte da avere animo di condannare altri.
Anch'io
ho sfacciatamente mentito al vecchio Wertheimer; gli ho detto  che, se lo interrogheranno, risponda di avere quarantacinque anni, e che non trascuri di farsi radere la sera prima, anche a costo di rimetterei un quarto di pane; che, a parte ciò, non deve nutrire
timori, e che d'altronde non è per nulla certo che si tratti di una selezione per il gas: non ha sentito dal Blockaltester che i prescelti
andranno a ]aworszno al campo di convalescenza?
È assurdo che Wertheimer speri: dimostra sessant'anni, ha enormi varici, non sente quasi neppur più la fame. Eppure se ne
va in cuccetta sereno e tranquillo, e, a chi gli fa domande, risponde con le mie parole; sono la parola d'ordine del campo in questi giorni: io stesso le ho ripetute come, a meno di particolari, me le sono sentite recitare da Chajim, che è in Lager da tre anni, e siccome è forte e robusto, è mirabilmente sicuro di sé; e io l'ho creduto.
Su questa esigua base anch'io ho attraversato la grande selezione dell'ottobre 1944 con inconcepibile tranquillità. Ero tranquillo
perché ero riuscito a mentirmi quanto era bastato. Il fatto che io non sia stato scelto è dipeso soprattutto dal caso e non dimostra
che la mia fiducia fosse ben fondata.
Anche Monsieur Pinkert è, a priori, un condannato: basta vedere i suoi occhi. Mi chiama con un cenno, e con aria confidenziale mi racconta che ha saputo, da qual fonte non mi può dire, che effettivamente questa volta c'è del nuovo: la Santa Sede, per mezzo della Croce Rossa Internazionale infine, garantisce lui personalmente che, sia per sé che per me, nel modo piii assoluto,
è escluso ogni pericolo: da civile lui era, come è noto, addetto all'ambasciata belga di Varsavia.
In vari modi dunque, anche questi giorni di vigilia, che raccontati sembra dovessero essere tormento si al di là di ogni limite
umano, passano non molto diversamente dagli altri giorni.
La disciplina del Lager e della Buna non sono in alcun modo allentate, il lavoro, il freddo e la fame sono sufficienti a impegnare
senza residui le nostre attenzioni.
Oggi è domenica lavorativa, Arbeitssonntag: si lavora fino alle tredici, poi si ritorna in campo per la doccia, la rasa tura e il controllo generale della scabbia e dei pidocchi, e in cantiere, misteriosamente, tutti abbiamo saputo che la selezione sarà oggi.
La notizia è giunta, come sempre, circondata da un alone di particolari contraddittori e sospetti: stamattina stessa c'è stata selezione in infermeria; la percentuale è stata del sette per cento del totale, del trenta, del cinquanta per cento dei malati. A Birkenau il camino del Crematorio fuma da dieci giorni. Deve essere fatto posto per un enorme trasporto in arrivo dal ghetto di Posen.
I giovani dicono ai giovani che saranno scelti tutti i vecchi. I sani dicono ai sani che saranno scelti solo i malati. Saranno esclusi gli
specialisti. Saranno esclusi gli ebrei tedeschi. Saranno esclusi i Piccoli Numeri. Sarai scelto tu. Sarò escluso io.
Regolarmente, a partire dalle tredici in punto, il cantiere si svuota e la schiera grigia interminabile sfila per due ore davanti alle due stazioni di controllo, dove come ogni giorno veniamo contati e ricontati, e davanti all'orchestra che, per due ore senza interruzione, suona come ogni giorno le marce sulle quali dobbiamo, all'entrata e all'uscita, sincronizzare i nostri passi.
Sembra che tutto vada come ogni giorno, il camino delle cucine fuma come di consueto, già si comincia la distribuzione della
zuppa. Ma poi si è udita la campana, e allora si è capito che ci siamo.
Perché questa campana suona sempre all'alba, e allora è la sveglia, ma quando suona a metà giornata vuoI dire «Blocksperre»,
clausura in baracca, e questo avviene quando c'è selezione, perché nessuno vi si sottragga, e quando i selezionati partono per il gas, perché nessuno li veda partire.
Il nostro Blockaltester conosce il suo mestiere. Si è accertato che tutti siano rientrati, ha fatto chiudere la porta a chiave, ha distribuito a ciascuno la scheda che porta la matricola, il nome, la professione, l'età e la nazionalità, e ha dato ordine che ognuno si
spogli completamente, conservando solo le scarpe. In questo modo, nudi e con la scheda in mano, attenderemo che
la commissio
ne arrivi alla nostra baracca. Noi siamo la baracca 48, ma non si può prevedere se si comincerà dalla baracca 1 o dalla 60. In ogni modo, per almeno un'ora possiamo stare tranquilli, e non c'è ragione che noi ci mettiamo sotto le coperte delle cuccette per scaldarci.

da: Se questo è un uomo

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