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Auschwitz treno
Da La Tregua
di Primo Levi
Katowice

Il campo di sosta di Katowice, che mi accolse affamato e stanco dopo la settimana di peregrinazioni col greco, era situato su di una piccola altura, in un sobborgo della città denominato Bogucice. A suo tempo, era stato un minuscolo Lager tedesco,
ed aveva albergato i minatori-schiavi addetti ad una miniera di carbone che si apriva nelle vicinanze.
Era costituito da una dozzina di baracche in
muratura, di dimensioni ridotte, a un solo piano: esisteva ancora il duplice recinto di filo spinato, ormai puramente simbolico. La porta era sorvegliata  da un solo soldato sovietico, dall' aria sonnolenta e neghittosa; sul lato opposto si apriva nel reticolato un grosso buco, da cui si poteva uscire senza neppure curvarsi: il comando russo pareva non
preoc
cuparsene minimamente. Le cucine, la mensa, l'infermeria, i lavatoi erano esterni al recinto, per cui la porta era sede di un andirivieni continuo.
La sentinella era un mongolo gigantesco sulla cinquantina, armato di mitra e baionetta, dalle enormi mani nodose, dai grigi baffi spioventi alla Stalin e dagli occhi di fuoco: ma il suo aspetto feroce e barbarico era assolutamente incongruente con le sue innocue mansioni. Non veniva mai avvicendato, e perciò moriva di noia. Il suo comportamento nei confronti di chi entrava e usciva era imprevedibile: a volte pretendeva il «propusk», vale a dire illasciapassare; altre volte chiedeva solo il nome; altre ancora, un po' di tabacco, o anche nulla. Certi altri giorni, invece, respingeva ferocemente tutti, ma non trovava nulla da obiettare se li vedeva poi
uscire dal buco nel fondo, che pure era visibilissimo. Quando faceva freddo, piantava tranquillamente il suo posto di guardia, si infilava in una delle camerate su cui vedeva fumare bene un camino, buttava il mitra su una branda, accendeva la pipa, e offriva vodka se ne aveva, o se non ne aveva la chiedeva in giro, e bestemmiava sconsolato se non gliene davano. Qualche volta consegnava addirittura il mitra al primo fra noi che gli capitava sotto mano, e a gesti e urlacci gli faceva capire di andarlo a sostituire al posto di guardia; poi si appisolava vicino alla stufa.
Quando vi giunsi con Mordo Nahum, il campo era occupato da una popolazione fortemente promiscua, di quattrocento persone circa. Vi erano francesi, italiani, olandesi, greci, cèchi, ungheresi ed altri: alcuni erano stati operai civili della Organizzazione Todt, altri internati militari, altri ancora ex Haftlinge. C'era anche un centinaio di donne.
Di fatto, l'organizzazione del campo era largamente affidata alle iniziative singole o di gruppo: ma nominalmente il campo sottostava ad una Kommandantur sovietica, che era il più pittoresco esemplare di accampamento zingaro che si possa immaginare. C'era un capitano, Ivan Antonovic  Egorov, un ometto non più giovane, dall' aria rustica e scostante; tre «tenenti anziani»; un sergente,
atletico e gioviale; una dozzina di territoriali (fra cui la sentinella baffuta sopra descritta); un furiere; una «doktorka»; un medico, Pjotr Grigorjevic  Dancenko, giovanissimo, gran bevitore, fumatore, amatore e pococurante; una infermiera, Marja Fjodorovna Prima, che divenne presto mia amica; ed un nugolo indefinito di ragazze solide come querce, non si capiva se militari o militarizzate o ausilia-
rie o civili o dilettanti. Queste avevano mansioni varie e vaghe: lavandaie, cuoche, dattilografe, segretarie, cameriere, amorose pro tempore di questo e di quello, fidanzate intermittenti, mogli, figlie.
L'intera carovana viveva in buona armonia, senza orario né regole, nelle adiacenze del campo, accampata nei locali di una scuola elementare abbandonata. L'unico che si curasse di noi era il furiere, che pareva essere il più elevato in autorità, se non in grado, dell'intero comando. D'altronde, tutti i loro rapporti gerarchici erano indecifrabili: si intrattenevano fra di loro per lo più con semplicità
amichevole, come una grossa famiglia provvisoria, senza formalismi militareschi; scoppiavano talvolta litigi furibondi e pugilati, anche fra ufficiali e soldati, ma si concludevano rapidamente senza conseguenze disciplinari e senza rancori come se nulla
fosse stato.
La guerra stava per finire, la lunghissima guerra che aveva devastato il loro paese; per loro era già finita. Era la grande tregua: poiché non era ancora cominciata l'altra dura stagione che doveva seguire, né ancora era stato pronunciato il nome nefasto
della guerra fredda. Erano allegri, tristi e stanchi, e si compiacevano del cibo e del vino, come i compagni di Ulisse dopo tirate in secco le navi. E tuttavia, sotto le apparenze sciatte ed anarchiche, era agevole ravvisare in loro, in ciascuno di quei visi rudi e aperti, i buoni soldati dell' Armata Rossa, gli uomini valenti della Russia vecchia e nuova, miti in pace e atroci in guerra, forti di una disciplina interiore nata dalla concordia, dall' amore reciproco e dall' amore di patria; una disciplina più forte, appunto perché interiore, della disciplina meccanica e servile dei tedeschi. Era agevole intendere, vivendo fra loro, perché quella, e non questa, avesse da ultimo prevalso.
Uno dei capannoni del campo era abitato solo da italiani, quasi tutti operai civili, che si erano trasferiti in Germania più o meno volontariamente.
Erano muratori e minatori, non più giovani, gente tranquilla, sobria, laboriosa, e di animo gentile.
Ilcapocampo degli italiani, a cui venni indirizzato per essere «preso in forza», era invece molto diverso. Il ragionier Rovi era diventato capocampo non per elezione dal basso, né per investitura russa, ma per autonomina: infatti, pur essendo un individuo di qualità intellettuali e morali piuttosto povere, possedeva in misura assai spiccata la virtù che, sotto ogni cielo, è la più necessaria per la conquista del potere, e cioè l'amore per il potere medesimo.
L'assistere al comportamento dell'uomo che agisce non secondo ragione, ma secondo i propri impulsi profondi, è uno spettacolo di estremo interessese, simile a quello di cui gode il naturalista che studia le attività di un animale dagli istinti complessi. 
Rovi aveva conquistato la sua carica agendo con la stessa atavica spontaneità con cui il ragno costruisce la sua tela; poiché come il ragno senza tela, così Rovi senza carica non sapeva vivere. Aveva subito incominciato a tessere: era fondamentalmente sciocco, e non sapeva una parola di tedesco né di russo, ma fin dal primo giorno si era assicurati i servizi di un interprete, e si era presentato cerimoniosamente al comando sovietico in qualità di plenipotenziario per gli interessi italiani. Aveva organizzato una scrivania, con moduli (scritti a mano, in bella scrittura con svolazzi), timbri, matite di vari colori e libro mastro; pur non essendo colonnello, 
anzi, neppure militare, aveva appeso fuori della porta un vistoso cartello «Comando Italiano - Colonnello Rovi»; si era circondato di una piccola corte di sguatteri, scritturali, sagrestani, spie, messaggeri e bravacci, che egli rimunerava in natura, con viveri sottratti alle razioni della comunità, ed esentandoli da tutti i lavori di comune interesse. I suoi cortigiani, che come sempre avviene erano 
molto peggiori di lui, curavano (anche con la forza, il che di rado era necessario) che i suoi ordini fossero eseguiti, lo servivano, raccoglievano per lui informazioni, e lo adulavano intensamente.Con chiaroveggenza sorprendente, che è come 
dire con un procedimento mentale altamente complesso e misterioso, aveva capito l'importanza, anzi la necessità, di possedere una uniforme, dal rnomento che doveva trattare con gente in uniforme. 
Se ne era combinata una non priva di fantasia, ab- bastanza teatrale, con un paio di stivaloni sovietici, un berretto da ferroviere polacco, e giacca e pantaloni trovati non so dove, che sembravano di orbace, e forse lo erano: si era fatto cucire mostrine al 
bavero, filetti dorati sul berretto, greche e gradi sulle maniche, ed aveva il petto pieno di medaglie.
Peraltro, non era un tiranno, e neppure un cattivo amministratore. Aveva il buon senso di contenere vessazioni, concussioni e soprusi entro limiti modesti, e possedeva per le scartoffie una vocazione innegabile. Ora, poiché quei russi erano curiosamente sensibili al fascino delle scartoffie (delle quali tuttavia sfuggiva loro l'eventuale significato razionale), e sembrava amassero la burocrazia di quell' amore platonico e spirituale che non giunge al possesso e non lo desidera, Rovi era benevolmente tollerato, se non proprio stimato, nell' ambiente della Kommandantur. Inoltre, era legato al capitano Egorov da un paradossale, impossibile 
vincolo di simpatia fra misantropi: poiché sia l'uno che l'altro erano individui tristi, compunti, stomacati e dispeptici, e nell' euforia generale cercavano l'isolamento. Nel campo di Bogucice trovai Leonardo, già accreditato come medico, e assediato da una
cliente
la poco redditizia ma molto numerosa: veniva come me da Buna, ed era arrivato a Katowice già da qualche settimana, seguendo vie meno intricate delle mie. Fra gli Hàftlinge di Buna i medici erano in soprannumero, e ben pochi (praticamente, solo 
quelli padroni della lingua tedesca, o abilissimi nell'arte del sopravvivere) erano riusciti a farsi riconoscere come tali dal medico capo delle SS. 

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