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Ravvonto di Piero Tucceri
Racconto di Piero Tucceri

Gli Auguri di Nero


Ciao a tutti.

Il mio nome è Nero. Sono, ma forse sarebbe più opportuno dire ero, uno splendido cagnolino di razza Pointer.

Sono giunto da piccolo nella mia famiglia adottiva. Da essa sono stato cresciuto come meglio non avrei potuto neppure immaginare. In questo ambiente ho conosciuto l'amore; anzi, l'Amore. Quello vero: quello che mi ha fatto sentire suo figlio e suo fratello.

Claudio e Piero sono stati i miei indimenticabili compagni di giochi e di avventure. Da essi ho ricevuto affetto e attenzioni. Tuttavia, chi mi ha trattato in maniera a dir poco superlativa, è stata Rosa, la loro mamma, che ben presto è divenuta anche la mia mamma. Fra noi due si è subito stabilita una straordinaria intesa. Come sono stato bene con lei, non è capitato con nessun altro.

Con Claudio e Piero ho condiviso le appassionanti e irripetibili emozioni offerteci dall'esercizio dell'arte venatoria. Insieme, abbiamo condiviso esperienze coinvolgenti al punto da essersi per sempre impresse nelle nostre menti e soprattutto nei nostri cuori. Prima di partire per le indimenticabili giornate di caccia, nostra madre Rosa preparava con amore tre colazioni. Tutte e tre uguali. Una per ciascuno di noi. Piero portava la borraccia con l'acqua. Quella era in particolare per me: serviva per dissetarmi dopo le avvincenti e spensierate corse all'aperto.

Ho conosciuto questo Paradiso per otto anni. Poi, un brutto giorno di settembre, una anonima mano omicida ha deposto sull'uscio di casa un'esca avvelenata. L'ha messa li per me. Per uccidermi. Inconsapevole di quel pericolo, appena scortala l'ho mangiata. Somigliava ai deliziosi bocconcini che mi elargivano in famiglia. Dopo averla ingerita, sono stato colto da atroci fitte allo stomaco. Ho sentito il mio corpo irrigidirsi. La mia vista si è offuscata. Con essa, si è confusa anche la mia mente. Ho cercato di muovermi. Disperatamente ho provato a camminare. Volevo chiedere aiuto ai miei familiari. Ma non ce l'ho fatta. Dopo qualche passo, sono caduto per terra. Privo di vita.

Così si è conclusa la mia breve ma intensa parentesi terrena. Ora sono qui. In un luogo meraviglioso, dove posso correre e giocare liberamente e dal quale continuo a scodinzolare ai miei familiari che mi mancano tanto e che ho lasciato nel dolore. Cerco di consolarli della mia perdita donandogli ancora quell'affetto drammaticamente violentato da un abietto criminale che ha inteso punirmi così duramente soltanto per gelosia: perché ero straordinariamente bravo nella caccia. Facendomi così conoscere qualcosa che altrimenti non avrei neppure immaginato: l'invidia e la cattiveria umana. Due sentimenti che mi erano e mi rimangono estranei, semplicemente perché nel mio Mondo, a differenza di quello degli umani, essi non esistono.

Adesso la mia famiglia ospita un altro fedele compagno di vita. Il suo nome è Argo. Il quale non soltanto non interferisce nella nostra relazione affettiva, ma la arricchisce. Lui è un Lagotto. Il suo compito dovrebbe consistere nella ricerca dei tartufi, nella quale sarebbe bravissimo. Proprio come lo ero io nella caccia. Impiego anche qui il condizionale, dal momento che tale pratica gli viene di fatto preclusa dal momento che la campagna circostante è disseminata di esche avvelenate. Per questo Claudio e Piero non lo perdono mai di vista. Temono che possa fare la mia stessa fine.

Le ragioni di tanta malvagità verso esseri indifesi come noi, si riconducono alla avvilente verifica che ormai tanto la caccia quanto la ricerca dei tartufi, lungi dal rappresentare momenti di autentica interazione e integrazione con la Natura, siano degenerate in meschine opportunità economiche. Soprattutto perché, e questo è davvero mortificante, coloro che dovrebbero prevenire prima ancora che reprimere certe odiose ritorsioni annichilenti la dignità umana, si distolgono in una desolante e rea inerzia.

Un Augurio di Buone Feste a tutti, porgendo la mia zampa.

Nero

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