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vigna
La fine di un avaro
di Piero Tucceri

In paese lo conoscevano come “l'avaro”. Antonio, questo era il suo nome, non spendeva infatti neppure un centesimo in più di quanto fosse indispensabile per assicurargli il minimo della sopravvivenza. Persino gli abiti che indossava, gli duravano anni; e soltanto quando non erano proprio più utilizzabili, provvedeva a un nuovo acquisto. Avendo però sempre la massima premura di orientare la sua scelta verso i capi più economici.
Antonio aveva gestito per anni nel paese un negozio di alimentari. Tutti lo ricordavano per la sua assoluta intransigenza dimostrata nel pretendere quanto dovutogli. Su questo, non ammetteva deroghe: il denaro, lo pretendeva. Fino agli spiccioli. I soldi che aveva messo da parte, conducendo una esistenza da miserabile, rappresentavano la sua unica ragione di vita. Il resto, tutto il resto, compresa la sua famiglia, veniva dopo.
Pur gestendo un commercio alimentare, lui mangiava pochissimo. Non perché non avesse appetito, ma semplicemente per non spendere soldi. Normalmente, si nutriva con un paio di fette di pane al giorno, insieme con le verdure coltivate nel suo orto. Solo in circostanze eccezionali, si concedeva il lusso di un piatto di pasta e varcava la soglia della locale macelleria per procedere all’acquisto di non più di un paio di etti di carne.
Antonio aveva la moglie e due figlie. Le quali erano però assai diverse dai genitori, dal momento che conducevano una esistenza del tutto normale: una esistenza talmente normale, da sentirsi spesso richiamare soprattutto dal padre verso un più austero tenore di vita.
Giunto all’età della pensione, Antonio rivolse il suo interesse verso la coltivazione di una vigna che possedeva alla periferia del paese. Ormai, trascorreva lì le sue giornate. Persino quando le condizioni climatiche divenivano proibitive. Questo, dal momento che, il vino ricavatone, lo destinava non alla famiglia, ma alla vendita. Poiché, anche quella sua attività, era finalizzata al guadagno. In paese c’era chi sosteneva di averlo più volte visto mentre era intento a contare e a ricontare, nella solitudine della sua vigna, i risparmi accantonati negli anni.
Ogni anno, con l’approssimarsi della vendemmia, Antonio si trasferiva. Andava a vivere nella casetta appositamente costruitasi in mezzo alla vigna. Così che, anche quando le condizioni meteorologiche erano avverse, lui, da lì dentro, poteva tenere sotto controllo la sua proprietà. L’inizio dell’autunno, rappresentava per lui un momento assai impegnativo: infatti, in quel periodo, trascorreva intere giornate in mezzo alla vigna nell’intento di impedire, con la sua presenza e con i rumori che produceva, agli storni e agli altri uccelli di scendere per divorare la sua uva e quindi il suo guadagno.
L’obiettivo di Antonio, era quello di cercare di ricavare il massimo profitto possibile dalla vendita del suo vino. Perciò, preferiva venderlo al dettaglio. Con quell’intento, si rivolgeva a una particolare categoria di consumatori: agli anziani del luogo,quando si ritrovavano per giocare a bocce negli appositi campi comunali. Con loro andava sicuro: una volta ubriachi, tracannavano qualsiasi intruglio gli venisse propinato. E mandavano giù anche l’annacquato vino di Antonio.
Anche quell’anno vide Antonio impegnato nei consueti turni di guardia alla sua vigna. Quel pomeriggio di metà ottobre, le condizioni atmosferiche cambiarono però quasi repentinamente. Di colpo, cominciò a piovere a dirotto. Tanto che Antonio, contrariamente al solito, decise, almeno per quella notte, di tornarsene a casa. Sarebbe tornato a dormire con sua moglie e con le sue figlie.
La mattina successiva, alzatosi presto, fece ritorno alla sua vigna. Solo che ebbe di fronte uno spettacolo destinato a sconvolgergli l’esistenza. Qualcuno, durante la notte e incurante del maltempo, gli aveva tagliato con una sega pressoché tutte le viti, le quali giacevano ora distese per terra come se fossero altrettanti cadaveri. Accanto alla casetta, qualcuno aveva lasciato un biglietto con la scritta: “Se fossimo stati tre, avresti potuto forse conoscere gli autori di questo atto di giustizia, ma siccome siamo stati due, io e la sega, non appurerai un bel niente”. Di fronte a quello scempio, Antonio si sentì venir meno. Il mondo gli crollò addosso. Il frutto di tante fatiche e sacrifici era stato spazzato improvvisamente via. La sua vigna, la sua vita, non c’era più. Era andata irrimediabilmente perduta. Improvvisamente, stramazzò al suolo. Privo di sensi. Casualmente, da un’automobile in transito nella adiacente strada provinciale, qualcuno assistette alla scena e diede l’allarme. In breve, giunse un’ambulanza che lo condusse nel vicino ospedale.
Appena ripresosi, Antonio domandò a sua moglie cosa fosse successo alla vigna. La donna cercò invano di mantenerlo calmo. Intervennero anche le figlie. Ma inutilmente. Il suo stato di agitazione era davvero preoccupante, anche perché i sanitari gli avevano diagnosticato un infarto. Siccome non c’era verso di mantenerlo calmo, anche perché voleva alzarsi per raggiungere la sua vigna, i medici lo sedarono farmacologicamente e lo trasferirono in terapia intensiva. Ma neppure quello servì. Le condizioni cliniche di Antonio cominciarono a peggiorare in maniera ingravescente. Si spense dopo poche ore, farfugliando della sua vigna sino alla fine.
Il suo funerale venne celebrato in un tiepido pomeriggio autunnale. Nonostante fosse bel tempo, in giro per il paese non si vedeva nessuno. Le strade apparivano tristi e deserte. Quando il feretro giunse davanti alla chiesa, ad accompagnarlo c'erano soltanto la moglie e le figlie. Non erano presenti neppure i parenti più stretti. Nessuno degli abitanti del paese se l’era sentita di andare a dargli l’ultimo saluto. Così Antonio si ritrovò solo anche allora. Solo come aveva vissuto fino ad allora. Si trovò solo anche in quell'ultima circostanza. Proprio come era sempre vissuto. Disinteressandosi degli altri; anzi, cercando persino di speculare sulle disgrazie altrui. Si chiudeva così la sua triste parentesi terrena.
In paese si mormorava che nel passato diverse famiglie gli si erano rivolte per ottenere minimi prestiti di denaro volti a fronteggiare specifiche contingenze avverse. Ebbene, il denaro che prestava, lo pretendeva poi restituito con tassi usurai. Anche questa sua ulteriore sfaccettatura lasciava intendere perché, pure in quell'ultima circostanza, fosse stato relegato nella peggiore solitudine. In quella stessa solitudine che aveva eletta come costante della sua squallida esistenza.