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Poesia di Pier Paolo Pasolini
In ta l'a n dal quaranta quatro

In ta l'an dal quaranta quatro
fevi el gardon dei Botèrs:
al era il nuostri timp sacro
sabult dal sòul dal dover.
Mi eri un pithu de sèdese ani
con un .cuòr rugio. e pothale
cui vuoj coma rosi rovarn
e i ciavièj coma chej de me mare.
Scuminthievi a dujà a li bali,
a ondi i rith, a balà de fiesta.
Scarpi scuri! ciamesi clari!
dovenetha, tiara foresta!
Chela vuolta se 'n dava a falli
de nuòt col feràl e la fòssina.
Rico a! sanganava li ciani
e i bruscànduj col fera! ros
ta l'umbna ch'a inglassava i vuos.
rral SiI se trovava pisslguli
a mijars in ta li pothi.
Se 'n dava plan thentha un thigu.
 In ta la boscheta dai poj
pena magnat se rngrumava
duta la compagnia dai fiòj,
e Il spes se bestemava
e coma uthiej se ciantava.
Dopo se dujava a li ciarti
a l'umbna de la blava. 

Nel 1944 facevo il famiglio dei Boter: era il nostro tempo sacro arso dal sole del dovere. lo ero un ragazzo di sedici anni, con un cuore ruvido e disordinato, con gli occhi come rose roventi e i capelli come quelli di mia madre. Cominciavo a giocare alla palla, a ungere i ricci, a ballare di festa. Scarpe scure, camicia chiara, giovinezza, terra straniera!
In quel tempo si andava a rane di notte col fanale e la fiocina. Rico insanguinava le canne e le erbacce col fanale rosso, nell'ombra che gelava le ossa. Nel Sile si trovavano pesciolini a migliaia dentro le pozze. Andavamo piano senza un grido.

Nel boschetto dei pioppi appena mangiato si radunava tutta la compagnia dei ragazzi e lì spesso si bestemmiava e come uccelli si cantava. Dopo giocavamo alle carte all'ombra del gran o turco.

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