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Ode alle acque del porto
di Pablo Neruda

Non altro galleggia nei porti
se non rottami di casse,
cappelli abbandonati
e frutta deceduta.
Dall’alto
i grandi uccelli neri
stanno a guardare, immobili.
Il mare si è rassegnato
all’immondizia,
le impronte digitali dell’olio
si sono stampate sull’acqua
come
se qualcuno avesse camminato
sulle onde
con piedi oleosi,
la schiuma
ignora la sua origine:
non più zuppa di dea
nè sapone di Afrodite,
ma la sponda in gramaglie
di un’osteria
con galleggianti, oscuri
cavoli sgominati.

Gli altri uccelli neri
dalle ali sottili
come pugnali
aspettano
lassù,
lenti, ormai senza volo,
confitti
in una nube,
indipendenti
e segreti
come liturgiche forbici,
e il mare che ha scordato la marina,
lo spazio dell’acqua
che disertò
e divenne
porto,
è esaminato con solennità
da un freddo comitato
di ali nere
che vola senza volare,
confitto nel cielo
blindato, indifferente,
mentre l’acqua sporca dondola
il vile lascito caduto dalle navi.

Navigazioni e Ritorni 1959

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