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Cento Sonetti d'Amore di Pablo Neruda

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SONETTO XXI

Oh che tutto l'amore propaghi in me la sua bocca,
che non resista un momento di più senza primavera,
io non vendetti che le mie mani al dolore,
ora, beneamata, lasciami con i tuoi baci.

Copri la luce del mese aperto col tuo aroma,
chiudi le porte con la tua capigliatura,
e quanto a me non dimenticare che se mi sveglio e piango
è perché in sogno son solo un bimbo sperduto

che cerca tra le imposte della notte le tue mani,
il contatto del frumento che tu mi comunichi,
un impulso scintillante d'ombra e d'energia.

Oh, beneamata, e null'altro che ombra
per dove tu m'accompagni nei tuoi sogni
e mi dica l'ora della luce.

SONETTO XXII

Quante volte, amore, t'amai senza vederti e forse senza ricordo,
senza riconoscere il tuo sguardo, senza guardarti, centaura,
in opposte regioni, in un bruciante mezzogiorno:
eri solo l'aroma dei cereali che amo.

Forse ti vidi, ti supposi passando che sollevavi una coppa
ad Anol, alla luce della luna di Giugno,
o eri tu la cintura di quella chitarra
che toccai nelle tenebre e risuonò come il mare smisurato.

T'amai senza che io lo sapessi, e cercai la tua memoria.
Nelle case vuote entrai con lanterna a rubare il tuo ritratto.
Ma io sapevo già com'eri. D'improvviso

mentre venivi con me ti toccai e si fermò la mia vita:
eri davanti ai miei occhi, regnavi su di me, e regni.
Come falò nei boschi il fuoco è il tuo regno.

SONETTO XXIII

Fu luce il fuoco e pane la luna risentita,
il gelsomino duplicò il suo stellato segreto,
e del terribile amore le dolci mani pure
diedero pace ai miei occhi e sole ai miei sensi.

Oh amore, come d'improvviso, dalle lacerazioni,
costruisti l'edificio della dolce fermezza,
sconfiggesti l'unghie maligne e gelose
e oggi di fronte al mondo siamo come una sola vita.

Così fu, così è e così sarà fino a quando,
selvaggio e dolce amore, beneamata Matilde,
il tempo c'indicherà il fiore finale del giorno.

Senza te, senza me, senza luce più non saremo:
allora oltre la terra e l'ombra
lo splendore del nostro amore continuerà a esser vivo.

SONETTO XXIV

Amore, amore, le nubi sulla torre del cielo
salirono come trionfanti lavandaie,
e tutto arse d'azzurro, tutto fu stella:
il mare, la nave, il giorno s'esiliarono uniti.

Vieni a vedere i ciliegi dell'acqua costellata
e la chiave rotonda del rapido universo,
vieni a toccare il fuoco dell'azzurro istantaneo,
vieni prima che i suoi petali si consumino.

Altro non v'è qui che la luce, quantità, grappoli,
spazio aperto dalle virtù del vento
fino a consegnare gli ultimi segreti delle schiuma.

E tra tanti azzurri celesti, sommersi,
si perdono i nostri occhi indovinando appena
i poteri dell'aria, le chiavi sottomarine.

SONETTO XXV

Prima d'amarti, amore, nulla era mio:
vacillai per le strade e per le cose:
nulla contava né aveva nome:
il mondo era dell'aria che attendeva.

Io conobbi cinerei saloni,
gallerie abitate della luna,
hangars crudeli che s'accomiatavano,
domande che insistevan sull'arena.

Tutto era vuoto, morto e muto,
caduto, abbandonato e decaduto,
tutto era inalienabilmente estraneo,

tutto era degli altri e di nessuno,
finché la tua bellezza e povertà
empirono l'autunno di regali.

SONETTO XXVI

Né il colore delle dune terribili a Iquique,
né l'estuario del Rìo Dolce di Guatemala,
cambiarono il tuo profilo conquistato dal grano,
il tuo stile d'uva grande, la tua bocca di chitarra.

Oh cuore, oh mia da tutto il silenzio,
dalle cime dove regnò il rampicante
alle desolate pianure del platino,
in ogni patria pure ti ripeté la terra.

Ma né mano scontrosa di monti minerali,
né neve tibetana, né pietra di Polonia,
nulla alterò la tua forma di cereale viandante,

come se creta o frumento, chitarre o grappoli
di Chillàn difendessero in te il loro territorio
imponendo il mandato della luna silvestre.

SONETTO XXVII

Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,
hai linee di luna, strade di mela,
nuda sei sottile come il grano nudo.

Nuda sei azzurra come la notte a Cuba,
hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli,
nuda sei enorme e gialla
come l'estate in una chiesa d'oro.

Nuda sei piccola come una delle tue unghie,
curva, sottile, rosea finché nasce il giorno
e t'addentri nel sotterraneo del mondo.

come in una lunga galleria di vestiti e di lavori:
la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia
e di nuovo torna a essere una mano nuda.

SONETTO XXVIII

Amore, da grano a grano, da pianeta a pianeta,
la rete del vento coi suoi paesi cupi,
la guerra con le sue scarpe di sangue,
oppure il giorno e la notte della spiga.

Per dove andammo, isole, ponti o bandiere,
violini del fugace autunno sminuzzato,
la gioia ripeté le labbra della coppa,
ci arrestò il dolore con la sua lezione di pianto.

In tutte le repubbliche il vento dispiegava
il suo stendardo impune, la sua glaciale chioma,
poi il fiore ritornava ai suoi lavori.

Ma in noi mai si calcinò l'autunno.
Nella nostra patria immobile germinava e cresceva
l'amore con i diritti della rugiada.

SONETTO XXIX

Vieni dalla povertà delle case del Sud,
dalle regioni dure con freddo e terremoto
che quando persino i loro dèi rotolaron nella morte
ci diedero la lezione della vita nella creta.

Sei un cavallino di creta nera, un bacio
di fango scuro, amore, papavero di creta,
colomba del crepuscolo che volò nelle strade,
salvadanaio con lacrime della nostra povera infanzia.

Ragazza, hai conservato il tuo cuore di povera,
i piedi di povera abituati alle pietre,
la tua bocca che non sempre ebbe pane e delizia.

Sei del povero Sud, di dove viene la mia anima:
nel suo cielo tua madre continua a lavar biancheria
con mia madre. Per questo ti scelsi, compagna.

SONETTO XXX

Hai dell'arcipelago le fibre del larice,
la carne lavorata dai secoli del tempo,
vene che conobbero il mare dei legni,
sangue verde caduto dal cielo sulla memoria.

Nessuno raccoglierà il mio cuore sperduto
tra tante radici, nell'amara freschezza
del sole moltiplicato dalla furia dell'acqua,
lì vive l'ombra che non viaggia con me.

Per questo tu uscisti dal Sud come un isola
popolata e coronata di penne e di legni
e io sentii l'aroma dei boschi erranti,

trovai il miele oscuro che conobbi nella selva
e toccai nei tuoi fianchi i petali cupi
che nacquero con me e costituirono la mia anima.

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