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aratura foto di reportonline
Poesia di Giacomo Zanella

Aratore


A mezzo solco il vecchierel già stanco
l'aratro sospendea, mentre l'aurora
alle montagne imporporava il fianco:
levato ei s'era ch'era notte ancora.

Una riversa zolla era il suo banco;
e presso di lui la giovinetta nuora
attentamente avea disteso il bianco
tovagliolin che di bucato odora.

Susurravano i pioppi, in ciel rotata
la lodoletta coll'allegro canto
l'umile imbandigion facea più grata.

Il sol nasceva. Assisa sovra il corno
del bue sdraiato una passera intanto
salutava tranquilla il novo giorno.

 

E' il momento dell'aurora, quando il sole arrossa il cielo e le montagne. Il vecchio aratore si riposa dopo le ore di lavoro: la sua figura viene accostata a quella della giovane donna che prepara l'umilissima mensa.
La natura che circonda l'uomo è colta dal poeta in un attimo di sereno riposo: accanto all'aratore anche il suo docile aiutante, il bove, sdraiato dopo la fatica, attende il sorgere del sole. Il poeta ha fissato in questi versi un momento di sosta durante uno dei lavori più antichi dell'uomo, l'aratura, che si svolge in autunno.
Il canto della lodoletta e della passera rende più festosa e serena l'attesa del nuovo giorno.

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