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Poeti Emergenti -
Racconto di Marcello Chinca Route native de vivre -


Vasculo aggrappato con una mano al pennone di maestra, scruto inebriato nell'orizzonte turchese glabro, tiro fuori dalla saccoccia la fiaschetta di grappa barrique, un goccio per via del freddo che non avevo previsto così pungente all'Alba.La sagoma di Cavallò a nordovest, disseminata intorno di aguzze isolette e scogli affioranti, il mare placido di un liscissimo blu di prussia. Il Sole appena sorto irraggiò accecante nel riflesso dell'acqua antistante: una luce d'oro e mercurio fusi così ardente come mai avevo visto.·


Davanti al bompresso una scia bianca sottotraccia ribolliva d'ossigeno, incalzare della massa dislocata, vedo lo slargo inabbissarsi, tracimare dai bordi, sollevarsi un'enorme bolla e poi il suo muso sino a schiantarsi, l'occhio immerso nel rimmel mi strabuzza enorme nella massa nera lucida del capo perfettamente ritagliato, l'occhio equanime del capodoglio, un esempare giovane, solitario, forse ebbro della sua prima navigazione, mi guarda, ne ha tutto il tempo, il tempo che gli serve per scrutarmi a fondo, io lì sopra immacolato dalla sua comparsa, lui mi scruta e sorride prima di affondare di nuovo con un clamoroso sbuffo di due metri e sparire, in ultimo la coda.

La bruma bruciata arancio da cui si stagliano tremolanti e quasi evanescenti i salici piangenti verdi limone, è un controluce di tanti trini lugubri, coppie di piccioni esausti pigolano in piedi sul parapetto, il fiume quasi secco, distantissimo dall'alto, costeggiò i frutteti al tramonto in una quiete profonda, il traffico quasi inestistente. Il catrame che ancora si scioglieva dai marcipiedi, l'affrore buono di petrolio che quasi stordiva.

La donna lo esaminò con espressione arcigna da dietro la zanzariera, dal primo piano di un caseggiato popolare, dietro di lei l'ombra, il regno oscuro del suo Mondo inconoscibile.

Un rubinetto aperto, le finestre inzaccherate di sabbia del Magreb, fuori infuria lo Scirocco, si preparò un caffèlatte, lesse sino a tardi, una biografia su Mahler, gli ultimi quaderni di Saramago. Comunque non chiuse occhio, se non per un paio d'ore di sfinimento.

Quando riaprì il rubinetto l'acqua deflagrò in un paio di rigurgiti d'oltretomba, poi gorgogliò penosamente, sputacchiando grumi di ruggine assieme al liquame ocra, chiuse e riaprì il rubinetto, per farla scorrere. Quando l'acqua nella pentola bollì la versò nel bricco di ceramica giapponese, unì caffè, latte intero, zucchero di canna. Mescolò, scrutando nel gorgo della miscela i segni stessi della sua anima muta, remota di intenzioni come di sventura.

Dedicò il primo sorso ben calibrato dentro la sua gola al quadernetto, copertina dura rossa scarlatto. Ogni scritto lui lo decide a penna o quasi, come consigliava Paul Auster in un'intervista. Lo aprì all'ultima pagina che aveva vergato a mano.

E' così facile, chissà chi sarò? Chi sarò stato è facile, chi sarò è ancora avvolto dalla bruma dell'Aurora, indecifrato dal riflettere cartesiano per quanto strenuo questo s'adoperi. Che è anche o soprattutto smarrimento, irresolutezza del decidere, a volte palliativo della Mente che cerca una via di fuga, certo, l'amare può, può combinare un'unità non effimera nella risoluzione dell'equazione che si anela, due terminazioni incomplete assieme si profilano almeno un proprio spazio etico-esistenziale nel marasma generale, un fortino, un'avamposto strategico con cui ancora credere nella solidità delle loro uniche risorse. Un vincolo che guardi avanti verso la libertà.

Paura di vederla fra poco no, non ha paura. Anche se a volte ne è atterrito. Che poi si debba ispirare all'italiano elegante non è che lo convinca interiormente, la stessa eleganza che lui vorrebbe deciderle, questo indurre quanto lei gli fomenta incensata dal desiderio, anche in ciò· decide tra loro l'uguaglianza, tanto vale esaudirla, espediente che è sempre vitalità, floridezza del Desiderio puro, a volte apice: potenza scatenata dell'immaginazione se si è centro radiale dell'epitome della folgorazione che è spaesamento, l'altro si rivela nella sua mitologica incognita, istinto d'antenati, inessenza dell'Io dove regna l'abnegazione per ciò che conta. Per cui siamo persino disposti anche a morire.

Non vede l'ora di vederla, non è attaccato a nessuna sua immagine, le scorge retrospettivamente quasi solo l'anima, la sua anima veemente di vita, pulita nel profondo, per quanto rimane inerziale, avulsa alla sua sventura. L'anima che sono i suoi occhi. Ma anche la sua voce persuasiva, quel frinire melodiato del grillo d'estate, dopo pranzo, sentirlo nell'ombra della camera fresca, quando suona col languore della promessa nel conforto procurato dalla sua armomia interminabile, poco dopo si è d'addormentati, le labbra distese in benevolenza.

'Au Revoir, Madame, tu ne te repais des espoirs plus decevants que monotone, tu, albatros, sans mai plus devier,· tente l'essor, cerche le battement de mes yeux,· porque le feu d'or ne peut s'apaiser , si il est,· sans fin cette notre ivresse, route native de vivre.'



Marcello Chinca