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Poesie di Luigi Fiacchi -
I due susini -



Se nella verde etade alcun trascura
di lodato sapere ornar la mente,
quando è giunta per lui l' età matura
d' aver perduto un sì gran ben si pente.
Cercalo allor, ma trovasi a man vuote:
potea, non volle; or che vorria, non puote.

E voi, per cui d' un Mentore la mano
suda a formarvi e l'intelletto e il core,
e che rendete infruttuoso e vano,
negligenti e ritrosi, il suo sudore,
facile orecchio almeno ora porgete
alla mia favoletta, e risolvete.

Due selvaggi susini a un tempo nati
nello stesso giardin facean dimora;
e sul ruvido tronco eransi alzati
grandetti sì, ma non adulti ancora;
onde il cultor cangiar risolse in parte
la lor natura, e ingentilir con l' arte.

Perciò, tolti i rampolli e a quello e a questo
arbor, che in pregio di bontà noria,
volle mutar con fortunato innesto
in dolce frutto il frutto aspro di pria;
e poichè l' opra a incominciar si mise
gl' ispidi rami ad un di lor recise.

Quindi adeguato e fesso il tronco, intruse
di bietta in guisa alla ferita in seno
i giovani germogli, e poi gli chiuse
intorno intorno, e gli serrò con fieno;
perchè fosser così nascosti al gelo,
ed alle pioggie di nemico ciclo.

E già su l' altro a fare opra simile
la sua provida mano erasi volta.
ma che non puote in mente giovanile
d' una vana beltà vaghezza stolta!
l' altro susin veduto avea con duolo
cadere i rami del compagno al suolo.

E or vedendo che a lui pure s' appressa
il temuto cotanto agricoltore,
che gli prepari la sventura istessa
teme; piange, e gli parla in tal tenore:
ah! perché vuoi così tormi, spieiato,
l' unico ben, che renderai beato?

Questi rami eh' io porto, e queste foglie
rendono sol la pianta mia gradita.
Or se barbara mano a me le toglie,
si tolga ancor quest' infelice vita.
meglio è morir, se conservar non lice
l' unico ben, che rendemi felice.

Ma se alcuna pietà senti di questa,
che mi lacera il cor, crudele ambascia.
Deh! quel tuo ferro minaccioso arresta,
e vivo ancor nel tuo giardin mi lascia:
lascia ch' io spieghi ancor la chioma al vento,
unico ben, che rendemi contento.

L' accorto agricoltore a questi accenti
espressi dal dolor sorride, e poi
a lui risponde: or sì fatti ornamenti
conserva pur, se conservar gli vuoi.
Tor la mia crudeltà no non pretende
l' unico ben, che rustico ti rende.

Resta tranquillo pur; ma se capace
me tu non credi di menzogna o frode,
sappi che l' opra mia, che or non ti piace,
t' avria recato e gentilezza e lode:
sappi che un dì, quando vedrai 'l tuo danno,
tardo fia il pentimento, e il disinganno.

sì dice, ed oltre passa.i rami intanto
l'innestato susin spunta e risorge:
e in ben poc' anni al tristo amico accanto
braccia vaste, e più vaghe all' aria sporge.
ciascun, che passa, in lui la nuova chioma
ammira e loda, e le straniere poma.

l' altro Susin, che del compagno vede
la non creduta in pria bella ventura,
se ne invaghisce auch'egli, e ansioso chiede
la sua vecchia mutar rozza figura.
Grida al cultore: appaga il mio desio;
voglio innestarmi e migliorarmi anch' io.

ma tosto a lui l' agricoltor risponde:
non è più tempo: or te innestar non lice.
Solo i frutti cangiar, cangiar le fronde
nella prima si puote età felice:
or questa etade è trapassata omai:
tu sempre rozzo, e sempre vii sarai.