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    Ho cannibalizzato la donna
    di Miu Jacqueline 

    Le ho tenuto stretta la vita e le ho detto:

    Donna! Donna mangiami!

    Divorami questo essere dentro che si dibatte nella gabbia

    infestata dai tremiti e dai brividi di carne.

    Lei mi guardava sonnecchiante

    le guancie rigate dallo stropiccio ancora vivo dei sogni

    dove forse le pesavo come una pietra

    gettata nel lago della sua esistenza da· un destino mostro.


    Il suo occhio mi sbirciava il nudo d’anima.

    Io avevo un serpente attorcigliato sul cuore

    e ogni palpito del suo seno contro il mio torace era un blues,

    affamato di mani e di sensi presi a divorarsi.

    Era diventata lei stessa una dolcissima belva,

    nutrita forse dal fuoco tra i nostri corpi divisi,

    macchine col pieno di sogni e al volante paure

    congestionate nel bulbo fisso dell’occhio.


    Mi ha mostrato cosa significa morire per amore,

    come diventa assassina l’attesa quando ti divora

    e sotto la lama dei suoi baci ho capito

    che aveva cannibalizzato persino i miei respiri

    addentando dal torace il cuore.


    L’ho guardata negli occhi e le ho detto:

    Donna! Donna mangiami!

    Togli le forze alla ragione e portami via

    dal mondo della speranza come carta da ardere

    dove chi c’è chi vive cercando solo un sogno.


    E lei mi avvolse con le sue spire incantate,

    come una fragile betulla cede al vento

    e ogni cosa in me divenne calma,

    dove l’apnea fa tesoro di forze per già esperti cannibali.

    da L. Ubiurque

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