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Poesia di Ippolito Nievo
L'abisso

«Là!» disse; e la protesa
mano scorgea lo smalto
fiorito. d'una scesa,
donde il monte dall' alto
precipitoso piornba
sul torrente che romba.
E di là si rialza
la ripa e si contorce
sù VIa di balza in balza,
il vento umido torce
sull' orrida parete
l'aggrappatosi abete.
L'occhio rifugge; il fiero
atteggiar delle roccie,
l'aer senza notte nero
per cui l'argentee goccie
stillan sonoro eterno
pianto d'un nuovo inferno,
lo strepitar dell' onde
contro il monte che d'ira
mugolando risponde,
tutto ribrezzo spira;
bolle e s'agghiaccia il care
tra delirio ed orrore.
Alla mia mano appresa
ella sporgea sul vuoto
della gola scoscesa.
Smorto, tacito, immoto
com'uno di quei greppi,
nulla più vidi o seppi.
Ed ella pure al fondo
il grande occhio figgea;
così, fuori del mondo,
di me che la reggea,
di sé immemore, farse
ad altra estasi corse,
e vide una lontana
speme, fidata maga
d'amar, pinger la frana
di sua inde vaga:
onde ritrasse il viso
inondato da un riso.
«Oh! qui posiam» le dissi
«su queste verdi zolle:
al margin degli abissi
cresce erbetta più rnolle.»
Ella a cotali cose
d'un sospiro rispose,
e sedette velando
le sognanti pupille
a poco a poco; e quando
a poco a poco apnlle,
vidi ogni speme mia
che a morir se ne gia.

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