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Dioniso
Poesia di Giuseppe Giusti
Ditirambo

A scanso di rettorica, ho pensato
di non fermarmi a descriver la stanza
che in grembo accolse il nobile senato.
Solamente dirò che l'adunanza
in tre schiume di Birri era distinta,
delle Camere d'oggi a somiglianza.
A dritta, i Birri a cui balena in grinta
il sangue puro; a manca, gli arrabbiati;
nel centro, i Birri di nessuna tinta:
Birrùcoli cioè dinoccolati,
Birri che fanno il birro pur che sia;
bracchi no, ma locuste degli Stati.
Taglierò corto anco alla diceria
che fece con un tuono da compieta
il gran Capoccia della sbirreria,
che deplorò giù giù dall'A alla Zeta,
e le glorie birresche, e i guasti orrendi
che porta il tempo come l'acqua cheta;
e parlò di pericoli tremendi,
e d'averli chiamati a parlamento
per consultarli sul modo tenendi
di riparare in tempo al fallimento.
Dalla manca, oratore
di que' Birri bestiali,
sbucò pien di furore
un Mangialiberali;
e, sgretolando i denti,
proruppe in questi accenti:
 Pare impossibile,
che in un paese,
nel quale ammorbano
di crimenlese
anco gl'ipocriti
del nostro Uffizio,
sì perda in chiacchiere
tempo e giudizio!
Quando col mietere
di poche teste
si può d'un soffio
stirpar la peste,
perché, cullandosi,
lasciar che cresca
questa fungaia
liberalesca;
e manomettere
Stato e Monarca,
e a suon di ninnoli
mandar la barca?
Stolto chi reggere
pensa un Governo
colle buaggini
d'un far paterno!
Riforme, grazie,
leggi, perdono,
son vanaglorie,
pazzie, sul trono.
Lisciare un popolo
che fa il padrone?
supporre in bestie
dritto e ragione?
Lodare un regio
senno, corrotto
da questa logica
da sanculotto?
No: nel carnefice
vive lo Stato:
ogni politica
sa d'impiccato;
e un re, che a cintola
la man si tiene,
se casca, al diavolo!
caschi, sta bene.
Che c'entra il prossimo?
io co' ribelli
sono antropofago,
non ho fratelli.
Non dico al Principe:
allenta il freno,
tentenna, scàldati
la serpe in seno;
e quando il pelago
sale in burrasca,
affoga, e ficcati
le leggi in tasca.
Io vecchio, io vergine
d'idee sì torte,
colla canaglia
vo per le corte.
Tenerli d'occhio
(sia chi si sia),
impadronirsene,
colpirli, e via.
Ecco la massima
spedita e vera:
galera e boia,
boia e galera —.
Disse: e al tenero discorso
di quell'orso — a mano manca
ogni panca — si commosse.
Non si scosse — non fe' segno
o di sdegno — o d'ironia
l'albagia — seduta a dritta,
e ste' zitta — la platea.
Si movea — lenta in quel mentre
giù dal ventre — della stanza
la sembianza — rubiconda
e bistonda — d'un Vicario
del salario - innamorato;
che, sbozzato - uno sbadiglio,
con un piglio — di maiale
sciorinò questa morale.
— Non dico: la mannaia,
purché la voglia il tempo,
rimette a nuovo un popolo,
e il resto è un perditempo.
Ma quando de' filantropi
crebbe la piena, e crebbe
questa flemma di codici
tuffati nel giulebbe;
quando alla moltitudine,
bestia presuntuosa,
il caso ha fatto intendere
che la testa è qualcosa;
darete un fermo al secolo
lì, col boia alla mano?
Collega, riformatevi;
siete antidiluviano.
Voi vi pensate d'essere
a quel tempo beato,
quando gridava Italia
soltanto il letterato.
Amico, ora le balie
l'insegnano a' bambini;
e quel nome dagli Arcadi
passò ne' contadini.
Sì, le spie s'arrabattano,
e lo so come voi:
ma, in fondo, che conclusero
dal quattordici in poi?
Se allora le degnavano
perfino i Cavalieri,
ora, non ce le vogliono
nemmanco i caffettieri.
I processi, le carceri
fan più male che bene:
un Liberale, in carcere,
c'ingrassa, e se ne tiene.
E quando esce di gabbia
trattato a pasticcini,
è preso per un martire,
e noi per assassini.
Gua', spero anch'io che i popoli
vadano in perdizione:
ma se toccasse ai Principi
a dare il traballone?
Colleghi, il tempo brontola:
e ovunque mi rivolto,
vi dico che per aria
c'è del buio, e dimolto!
Il mondo d'oggi è un diavolo
di mondo sì viziato,
che mi pare il quissimile
d'un cavallo sboccato:
se lo mandate libero,
o si ferma, o va piano;
più tirate la briglia,
e più leva la mano.
Io, queste cose, al pubblico,
certo, non le direi:
in piazza fo il cannibale,
ma qui, signori miei,
qui, dove è presumibile
che non sian liberali,
un galantuomo è in obbligo
di dirle tali e quali.
Sentite: io per la meglio
mi terrei sull'intese;
vedrei che piega pigliano
le cose del paese;
e poi, senza confondermi
né a sinistra né a destra,
o Principe o Repubblica,
terrei dalla minestra —.
Il centro acclamò,
la manca sbuffò:
un terzo Demostene
in piede salì,
al quale, agitandosi,
la dritta annuì.
Silenzio, silenzio,
udite la parte,
la parte che sfodera
il verbo dell'arte.
Gli onorandi colleghi, a cui fu dato
prima di me d'emettere un parere,
non hanno a senso mio bene incarnato
lo scopo dell'ufficio e l'arti vere:
qui non si tratta di salvar lo Stato,
di cattivarsi il Popolo o Messere,
d'assicurarsi nella paga un poi;
si tratta d'aver braccio e d'esser Noi.
Io non ho per articoli di fede
e non rifiuto il sangue e la vendetta:
dico che il forte è di tenersi in piede;
rispetto al come, è il caso che lo detta.
Senza sistemi, il saggio opera e crede
sempre ciò che gli torna e gli diletta:
mirare al fine è regola costante,
e chi soffre di scrupoli è pedante.
Ciò che preme impedire è che tra loro
s'intendano Governo e governati:
se s'intendono, addio: l'età dell'oro
per noi tanto finisce, e siamo andati.
Dunque convien raddoppiare il lavoro
d'intenebrarli tutti, e d'ambo i lati
dare alle cose una certa apparenza
da tenerli in sospetto e in diffidenza.
Noi non siam qui per prevenire il male:
giusto! va' là, sarebbe un bel mestiere!
La così detta pubblica morale
anzi è l'inciampo che ci dà pensiere.
Il vegliare alla quiete universale
è un reggere a' poltroni il candeliere:
quando uno Stato è sano e in armonia,
che figura ci fa la Polizia?
Se cesseranno i moti rivoltosi,
se scemeranno i tremiti al Governo,
nel pubblico ristagno inoperosi
dormirete nel fango un sonno eterno.
Popoli in furia e Principi gelosi
son del nostro edifizio il doppio perno:
perché giri la ruota e giri bene,
che la mandi il disordine conviene.
Tempo già fu, lo dico a malincuore,
che di Giustizia, noi bassi istrumenti,
addosso al ladro, addosso al malfattore,
miseri cani, esercitammo i denti;
ma poi che i re ci presero in favore,
e ci fecer ministri e confidenti,
noi, di servi de' servi, in tre bocconi
eccoci qui padroni de' padroni.
Dividete e regnate... A questo punto
suonò d'evviva la piazza vicina
al Principe col Popol ricongiunto,
all'Italia e alla Guardia Cittadina.
Fecero a un tratto un muso di defunto
tutti, nel centro, a dritta ed a mancina;
e morì sulle labbra accidentato
il genio di quel birro illuminato.


Da Il Congresso de' birri di Giuseppe Giusti

Dopo un momento glorioso di partecipazione alla liberazione di Firenze ('48- '49), Giuseppe Giusti si ritirò dalla politica e si dedicò alla poesia. E creò un tipo di poesia mordace e satirica, che trova modo di pungere destra e sinistra, repubblicani e monarchici, cultura classica e cultura romantica; una poesia, cioè, priva di una linea ideologica chiara e decisa. Bersaglio preferito, però, delle sue frecciate, oltre agli Austriaci, erano tutti quanti conducevano esistenza meschina: «i birri» (di cui riportiamo il Congresso), gli impiegati corrotti, i tiranni meschini, i qualunquisti arruffoni, che ostacolavano anch 'essi la liberazione dell'Italia. Tutti personaggi
che confluiscono in scenette pantomimiche e grottesche, raccontati più col tono della «chiacchiera» che non con la profondità e il distacco della «storia». Un esempio significativo di questa poetica è il Congresso de' birri, scritto nel 1847, riportato qui quasi integralmente.
In Opere, a cura di N. Sabbatucci 1976 

Il Congresso de' birri - (L'argomento) Il Congresso de' birri fu scritto nel 1847 in occasione della abolizione della Presidenza del Buon governo nel Granducato di Toscana, e rappresenta una tavola rotonda di vari personaggi con vocazione di «sbirri», ognuno dei quali esprime la sua opinione su «come» reggere il governo del paese. Ognuno, in realtà, guarda al proprio tornaconto, irride al patriottismo, detesta e teme l'insorgere del popolo, fa di un 'erba un fascio tra monarchici, repubblicani e liberali ... È l'espressione, insomma, del peggiore qualunquismo, del «tutto va bene purché si mangi!».
Per primo parla un Mangialiberali, poi un Vicario, infine un Artista.
Il Mangialiberali irride le riforme, lo Stato di diritto, il paternalismo nei confronti del popolo, un Re che non sappia essere anche carnefice, ma che si faccia guidare dall'amore per il prossimo. «Galera e boia, boia e galera» è il suo motto.
Il Vicario, «del salario innamorato», preoccupato cioè solo del denaro, interviene per contestare il ricorso al «boia»: i tempi sono cambiati e bisogna stare attenti a non fare dei liberali dei poveri martiri.
L'importante, alla fin fine, è arrangiarsi e non rinunciare alla minestra: sia che venga dal Re che dalla Repubblica.
A destra si alza l'Artista «dal sangue puro»: per lui conta stare a galla e restare se stessi. La politica giusta è quella del «dividi e comanda», ovvero inimicare tra loro popolo e governo, separarli e creare il disordine perenne.
Ma da lontano si sentì un «evviva!» del popolo raccolto attorno al Principe, in nome dell'Italia. La storia andava comunque avanti.

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