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Poesia di Giovanni Pascoli 
La canzone del carroccio

E suona la campana del Comune.
La Patria intima il breve suo decreto,
di bronzo. Tutta la città ne ondeggia.
S'odono cozzar armi, squillar trombe.
Póntano i piedi, e il duro collo i bovi
stirano, e sbalza sulle selci il carro.
Tuonano le alte volte dell'Arengo.
E il re si desta. Il re sognava danze
di Saracine del color d'ulivo...
Scoteano lieve il cimbalo sonoro.
Sognava il re di falconar nel greto
d'un grande fiume, sul suo bel ginnetto...
Seguia lassù la ruota dell'astore.
Sognava le foreste di Gallura:
era nel folto, al guato del cignale...
Udia sonare alla lontana il corno.
Sognava guerra, e colpi e sangue e morte,
su vivi e morti alto l'imperatore...
Vedeva... Il sogno ecco gli rompe il cupo
strepito del Carroccio.

Esce il Carroccio e sta sotto l'Arengo.
Par che si levi un pianto dalle donne.
Quando tu parti, nulla qui rimane:
restano solo i morti nelle chiese.
Tu rechi gli altri a non sappiam che terre:
felici i morti presso il loro altare!
Tu vai per via coi lenti bovi al passo:
ecco i ladroni sopra gran cavalli.
Forse hai le ruote prese dentro il fango:
scagliano frecce con le gran balestre.
O forse è afa, polvere, sudore...
Che fresco sotto gli archi di San Pietro!
Non più consigli nella bella chiesa,
vicino ai morti ed alle pie reliquie:
dove son più le compagnie dell'arti?
dove son più le compagnie dell'armi?
Non ci son più, che donne inginocchioni;
chi sa, se mogli, se ancor madri, o nulla?
e fanciulletti; e fanno male al cuore,
ché giocano al Carroccio! 
Resta il Carroccio all'ombra dell'Arengo.
Ora s'adorna dei suoi scudi in giro:
l'Aquila, il Pardo, il Grifo, il Toro, il Cervo
ed il Leone; Spade, Schize, Sbarre.
Fiorisce il carro di color di cielo,
di sangue e d'oro. Fascie bianche e nere
paion da un canto ricordare un lutto.
Guardano i vecchi, rissano i fanciulli,
ché in cuore ognuno ha una di quelle arme,
forse la Branca, oppur la Stella d'oro.
Anche i Lioni, senza più criniera,
lioni vecchi, odiano il Grifo alato,
o chiusi nel turrito lor Castello,
sdegnano i Vari e schifano i Balzani.
Uomini in tanto drizzano l'antenna
sopra il suo piede, e funi tese e nervi
tengono fermo l'albero sul carro.
Un lieve tocco dà la Martinella,
e bianca e rossa ondeggia in alto al vento
l'insegna del Comune.
Guardano, or sì, vecchi e fanciulli, in alto.
Le donne in cuore hanno finito il pianto.
Quando tu parti, teco viene il tutto:
poniam su te tutte le vite nostre.
Le nostre vite porti uguali unite:
carico vai di grappoli e di spighe.
Quello che fummo e quello che saremo,
tranano i lenti e forti bovi al passo.
Carro, tu sei l'arca del nostro patto,
tu sei l'altare della nostra legge.
La messa e il vespro sovra te si canta,
squillano a morte di su te le trombe.
No, non con noi restano nelle chiese
i Santi d'oro: escono teco in campo!
Nemmeno i morti nei muffiti chiostri
sono con noi: vengono teco al sole!
Vengono ai tocchi della Martinella,
che suona all'alba, a sera, a morto, a gloria,
o bel Carroccio, o forza arte ricchezza
e libertà comune! 

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