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L'opera poetica di Giovanni Pascoli

A sempre meglio determinare la natura della poesia del Pascoli, aggiungiamo qualche delucidazione, desumendola dai migliori critici.
Essenza della poetica del Pascoli  il Momigliano acutamente osserva: « il modo di concepire del Pascoli si stacca da tutta la tradizione della nostra poesia: e perciò è importante anche per i suoi riflessi nella storia della nostra lirica.
Pascoli è l'iniziatore della poesia frammentaria che ha dominato dai suoi tempi sino ad oggi, cioè sino « alla poesia pura .
Fino a Carducci la nostra lirica ha uno scheletro, uno sviluppo lineare, un prima e un poi voluti dalla logica, un nucleo ed una sintassi subordinativa: le liriche del Pascoli non hanno un filo nè narrativo nè logico; e quando egli lo cerca, forza la propria natura. La sua poesia è una vibrazione che si ripete ora più bassa ora più alta, è senza dimensioni e senza linee; è tutta atmosfera e stato d'animo. il suo endecasillabo si disperde in un seminio sonoro, è un fiotto di onde musicali con arsi e tesi distribuite senza una legge visibile; il suo periodare è grammaticalmente slegato. Lo stato d'anìmo dà a questi suoni vaganti un'unità poetica insolita e affascinante.
« Lo stato d'animo è quello d'un uomo che, sperduto nella natura, sente un ineffabile e melanconico riposo.
Le sue evocazioni della campagna, - le sue contemplazioni del cielo stellato conservano l'impronta d'un passato di dolore: il Pascoli non è uno spirito pacato, ma pacificato.
Dietro tutte le sue contemplazioni c'è una storia, un passato che dà valore e senso alla sua poesia... ».
E seppe esprimere questo suo stato d'animo sopratutto per mezzo della contemplazione della campagna.
Egli, dicono Carli e Sainati, « fissa intensamente, con certi suoi occhi incantati, tutto ciò che lo circonda, oggetti e fatti, e ciò che sorge dal fondo misterioso dell'esser suo;
e ogni cosa, sotto quel suo sguardo diremmo quasi fascinatore, sembra trasfigurarsi a poco a poco, per modo da rivelare una faccia nuova e insospettata ».
Pel suo amore alla terra ed all'esistenza mite e tranquilla fra la gente paesana, egli fu detto un poeta georgico, ed il D'Annunzio lo chima «l'ultimo figlio di Virgilio ».
In seguito, trascinato forse dall'ambizione di superare questo piccolo mondo di vita paesana e di gareggiare con l'amico D'Annunzio ed il maestro Carducci, il Pascoli, che non fu privo di bizze e di vanità latenti, volle cantare argomenti maggiori, «mirò verso il complesso dice il Momigliano - verso i sentimenti insoliti e le riflessioni profonde; e non riuscì mai ad altro che a tentativi.
Tentò la psicologia torbida o sublime in «Digitale purpurea» e nel «Sogno della vergine », e, tranne brevi momenti, si perdette in intrighi simbolici e balbettamenti musicali; tentò di filosofare sulla vita e si smarrì nelle sottigliezze dell'« Eremita» o nelle declamazioni dei « Due fanciulli »; tentò di allargare il suo sentimento del
mistero nella speculazione dell'universo stellato, e si smarrì troppe volte nell'ambizione del sublime o in un ingenuo sfoggio, di dottrina astronomica ».
Così pure qu.ando volle cantare i fasti della patria e dei suoi eroi, ci diede la parte più caduca della sua poesia, sfoggiando solo oratoria politica e splendida perizia
stilistica.
« Quel che di bello vi è in « Odi ed Inni, Poemi del Risorgimento e Canzoni di Re Enzio, non muove dall'ispirazione epica o lebrativa, affatto sorda nel Pascoli,
rma si ricongiunge ai suoi fondamentali motivi di ispirazione che sono nel sentimento georgico e nel senso del mistero.
Ad Attilio Momigliano sembra, ed a noi pare non a torto, che nel poemetto italiano Suor Virginia e nei Poemetti latini Cristiani il Pascoli abbia raggiunto il culmine della sua poesia. « Egli non si è mai trovato in un'atmosfera così adatta ad esprimere la storia intima del suo spirito, come quando descriveva la malinconia del paganesimo morente e la fiducia indefinita e triste del Cristianesimo nel suo primo sorgere.
Quei due momenti crepuscolari rappresentavano veramente la materia concreta adatta alla sua anima mortificata ed ansiosa: sicchè quel senso di sospensione e di mestizia, quel bisogno d'un fraterno conforto in mezzo all'universale incertezza,
quel bisogno di bontà, di perdono, d'esaltazione spirituale che tentarono vanamente di esprimersi nella contemplazione del mistero cosmico e nella rappresentazione di
grandi simboli o di fatti leggendari o contemporanei (Nel carcere di Ginevra; Andrée), si trovarono invece espressi senza nebulosità e senza leziosaggini misere in una grande epoca della storia in cui tutta una folla doveva aver sentito quello smarrimento, quell'ansia, quel desiderio di amore.
Mentre il Pascoli sembrava dimenticare se stesso nelle umili e nelle alte figure d'un passato remotissimo, proprio allora rappresentava nitidamente la sua anima
profonda che invano aveva tentato di parlare nelle tragedie proprie e nelle proprie meditazioni. L'apparente oblio di sè nella campagna velata e silenziosa, e nell'elegia
d'un'età lontana diede al Pascoli i momenti della sua vera e nuova poesia
Peccato che una sì ricca e nuova vena di canto sia troppo spesso adulterata da quell'intimo squilibrio tra sentimento ed intelletto che impedì sempre al Pascoli l'attingere la liberazione da quel dubbio, da quell'ansia dolorosa che lo tormentò per tutta la vita.
Altra deleteria deficienza fu la soverchia coscienza che nutrì della propria sublimità intellettuale e sentimentale, che gli fece desiderare e tentare d'esprimere pensieri e più ancora sentimenti giammai espressi da altri, cadendo, quindi, facilmente nello smisurato, nel falso, nell'infantile o nello straordinario.
A questo esagerato sentimento delta propria sublimità son dovute le esagerazioni della sua nuovissima sintassi poetica, che da originale modo musicale trapassa
spesso nella ricercatezza, in uno studio d'effetti, che tradisce la malizia dello stilista e la sua frigidità intellettuale, e che lo trascina poi nelle esagerazioni onomatopeiche e nelle artificiose armonie imitative.
« Il Pascoli è creatore di indimenticabili immagini e frammenti lirici, ma non di opere di grande respiro, perchè il suo spirito non sa innalzarsi ad una serena e dominata contemplazione della nostra umanità» .


(Sansone)