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Giovanni Berchet
Poesia di Giovanni Berchet
Il trovatore

Il trovatore
Va per la selva bruna
solingo il trovator
domato dal rigor
della fortuna.

La faccia sua sì bella
la disfiorò il dolor;
la voce del cantor
non è più quella.

Ardea nel suo segreto;
e i voti, i lai, l'ardor
alla canzon d'amor
fidò indiscreto.

Dal talamo inaccesso
udillo il suo signor;
l'improvvido cantor
tradì se stesso.

Pei dì del giovinetto
tremò alla donna il cor,
ignara fino allor
di tanto affetto.

E supplice al geloso,
ne contenea il furor;
bella del proprio onor
piacque allo sposo.

Rise l'ingenua. Blando
l'accarezzò il signor:
ma il giovin trovator
cacciato è in bando.

De' cari occhi fatali
più non vedrà il fulgor,
non berrà più da lor
l'obblio de' mali.

Varcò quegli atri muto
ch'ei rallegrava ognor
con gl'inni del valor,
col suo liuto.

Scese, varcò le porte;
stette, guardolle ancor:
e gli scoppiava il cor
come per morte.

Venne alla selva bruna:
quivi erra il trovator,
fuggendo ogni chiaror
fuor che la luna.

La guancia sua sì bella
più non somiglia un fior;
la voce del cantor
non è più quella.

In questi versi limpidi e musicali del Berchet pare che si nasconda un significato patriottico: la bella donna è l'Italia, il trovatore innamorato è il poeta stesso condannato all' esilio dal geloso signore il quale simboleggia il tiranno oppressore della nostra patria.
Ad avvalorare tale interpretazione della poesia, scritta nel 1823, contribuiscono i due motti che il poeta fece porre nell'edizione sotto l'emblema di una lampada:  « alere flammam» (alimentare la fiamma) e « Adieu, my native land, adieu» (addio, mia terra natia, addio).

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