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nottenatale
Poesia di Gioachino Belli
Lo scolo  der 34


Oggi trentun discernrnre, ch' è ffinita
st'annata magra de Ggiusepp' abbreo,
la siggnora fratesca ggesuita
pe rrenne grazzie a Odio canta er Tedeo
.

Dimani poi, si Ccristo je dà vvita,
ner medemo convento fariseo
s'intona un'antra antifona, aggradita
a lo Spiritossanto Paracreo

E a cche sserveno poi tanti apparecchi?
er distino oramai pare disciso
c'oggn'anno novo è ppeggio de li vecchi.

Pòi defatti cantà cquanto tu vvòi,
ché ggià Ddio bbenedetto ha in paradiso
antri gatti a ppelà che ssentì nnoi.

31 dicembre 1834


I giorni delle feste natalizie, anche perché cadono alla fine dell'anno, invitano alla meditazione e al bilancio, tanto è vero che la Chiesa usa cantare il Te Deum proprio il 31 dicembre. Si tratta insomma di una sorta di riepilogo per poi riprendere il cammino il primo gennaio magari all'insegna del famigerato adagio «anno nuovo, vita nuova». Qui Belli segna quanta distanza lo separi dal senso comune e da quella specie di istintivo bisogno di illudersi che l'uomo prova e continuamente rivela.
Lo scetticismo di cui è fatto questo sonetto giunge infatti alla
negazione di qualsiasi ipotesi consolatori a, dal momento che «ogni anno novo è
peggio de li vecchi». La memoria non può non ritornare alle pagine leopardiane del Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, semmai pervase da un sentimento ancor più disilluso e assoluto, giacché lo stesso Dio ha altri «gatti a pelà» che sentire le inutile proteste, o le preghiere, o i voti, o le vane speranze dell'umanità: «E acche sserveno poi tanti apparecchi?».

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