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nottenatale
Poesia di Gioachino Belli
La novena de Natale


Eh, ssiconno li gusti. Filumena
se fa vvenì cqueli gruggnacci amari
de li scechi: Mariucciae Mmadalena
chiameno sempre li carciofolari;


e a mmé mme pare che nun zii novella
si nun zento sonà li piferari:
co cquel' annata' de cantasilena
che sserve, bbenemio!, sò ttroppi cari.

Quann' è er giorno de Santa Caterina
che li risento, io ciarinasco ar monno:
me pare a mmé dde diventà rreggina.

E cquelli che de notte nu li vonno?
Poveri sscemi! lo poi, 'na stiratina,
e mme li godo tra vviggijj' e ssonno.

23 dicembre 1844


Tredici anni dopo averne parlato nel sonetto Li ventiscinque novemmre Belli torna a evocare le figure dei «pifferari» (i quali agivano in tre: un
piffero, una zampogna e una voce), protagonisti di quell'atmosfera particolare che si accompagna all'attesa di Natale. I «rozzi contadini che scendono dalle montagne d'Abruzzo e vengono a far serenate alle Madonne di Roma, in occasione della Natività del Salvatore» di cui parla un infastidito Stendhal «Nulla è così odioso come l'essere svegliati nel cuor della notte dal suono malinconico delle cornamuse, che dà ai nervi») nelle sue Passeggiate romane, erano invece una presenza del tutto accettata dai Romani, fino a diventare uno dei rumori di fondo
della città in quel momento dell'anno. Belli stavolta recupera l'aspetto privato e autentico di questa presenza, colta nel magico momento del donniveglia, ai confini cioè fra realtà e sogno.

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