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Poesia di Gioachino Belli
Er tempo  bbono

Dimani, s' er Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora.
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c'oramai de l'inverno semo fora.

Armanco sce potemo arzà a bbon' ora,
pe annà a bbeve cuer goccio d'acquavita.
E ppoi viè Mmarzo, e se po stà de fora
a ffà ddu' passatelle e una partita.

St' anno che mme s'è rrotto er farajolo,
m'è vvienuta 'Da frega de ggeloni
e pe ttre mmesi un catarruccio solo.

Ecco l'affetti de servi ppadroni
che ccommatteno er cescio cor fasciolo,
sibbè, a sentilli, sò ricchepulloni.

Der medemo

In legno, da Morrovalle a Tolentino:
28 settembre 1831

Belli esprime con chiarezza il suo punto di vista spetto al detto popolare secondo cui con il 2 febbraio l'inverno è terminato
Il calendario  popolare è stavolta in assoluto contrasto con quello atmosferico e l'illusorietà della prospettiva va forse messa in relazione al fatto che a a Roma è, con gennaio, il mese più freddo dell' anno, comincia a sentirsi il bisogno della nuova stagione.
Non per nulla è il mese di carnevale, festa di esorcizzazione
della morte e di propizi azione della rinascita. Alla fine del sonetto
manca una frecciata contro l'aristocrazia che ostenta ricchezza.

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