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Poesia di Gioachino Belli  
Cosa fa er Papa? 

Cosa fa er Papa? Eh ttrinca,  fa la nanna, 
taffia, pijja er caffè, sta a la finestra,
se svaria, se scrapiccia, se scapestra,
e ttiè Rroma pe ccammera-locanna. 
Lui, nun avenno fijji, nun z’affanna
a ddirigge e accordà bbene l’orchestra;
perché, a la peggio, l’úrtima minestra
sarà ssempre de quello che ccommanna.
Lui l’aria, l’acqua, er zole, er vino, er pane,
li crede robba sua: È tutto mio;
come a sto monno nun ce fussi un cane.
E cquasi quasi godería sto tomo 
de restà ssolo, come stava Iddio
avanti de creà ll’angeli e ll’omo.


Il sonetto fu scritto nel 1835. Come in molti altri sonetti romaneschi, anche in questo Belli assume il punto di vista del popolo e osserva il comportamento del Papa, la sua vita gaudente e senza affanni, così come può apparire a chi vive con fatica e stenti. Il componimento si conclude in un crescendo polemico che porta a immaginare il Papa che, in un delirio di potenza, si sente il padrone del mondo, fino a identificarlo e a confonderlo con lo stesso Dio: non il Dio misericordioso delle genti, ma un Dio solitario che egoisticamente gode da solo del creato.
L'autore, dunque, anche qui rappresenta il popolo di Roma, ne interpreta il pensiero, ne riproduce i discorsi nel loro livello linguistico.
Come lo stesso Belli chiarisce nell' Introduzione ai sonetti, egli intende «esporre le frasi del Romano quali dalla bocca del Romano escono senza ornamento, senza alterazione, senza inversioni di sintassi o troncamenti, eccetto quelli che il parlar romanesco usi egli stesso.Il numero poetico (= il ritmo) e la rima debbono uscire come per accidente dall'accozzamento, in apparenza casuale, di libere frasi e correnti parole».

 

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