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Poesia di Gabriele
Poeti Emergenti

Trasale in cielo l'anima mia, nel vedere…
ai piedi dell'ironia distratto dalla mia poesia
s'incanta alla lettura il malfamato di emozioni
il sig. Parkinson che va a braccetto con la morte.
Ognun di loro c'è l'hanno per l'appuntamento… allo
stesso giorno, stesso luogo, all'ora che non so.
M'incammino presto per non arrivare tardi
al punto del raduno destinato son con la morte
che mi scava la terra sotto i piedi, lasciandomi
appassire come un fiore in poesia.
Lui si avvicina sempre con il suo passo felpato mah,
io lo sento dal suo alito atroce ch'arriva alle spalle,
nauseabondo, m'assale con la bava alla bocca.
Al guado lo attendo dove l'amore triste è un amo
per la vita! Lanciato al dolore che langue e fugge
nella fantasia.
Tuttavia con un salto di qualità nell'emozione amara
la gioia prova a mantenere in allegria, il cuor in pena.
Cara moglie e figlio non soffiate sul fuoco della discordia
i miei, sono anche i vostri guai… eeh non sputate su di me,
che son la fiamma esile d'una candela quasi spenta.
Non sparate con il fucile, carico a pallettoni all'impazzata
scaricati fanno danno come le parole taglienti uscite
dalla bocca d'una figlia… fanno il male dell'anima.
Nel divenire, questa nostra scordata famiglia, dimenticata
da Dio viv'è vegeta d'un ronzìo di mosche parkinsoniane
nell'anima, evanescente sarà la mia presenza… arresa.
Così nel domani non sarò più fonte di litigio interiore monopolio
delle vostre conversazioni quotidiane, chiacchiere monotone
d'un monologo ritornello ripetuto maledetto per lievitare
l'insana rabbia.
La buona novella della morte, porta via l'ingerenza mal digerita
del vostro antico padre che non vi calpesterà più con le sue scarpe
sensibili per lasciarvi le buone maniere nuove n'orme da seguire
per ridere… riderà!
L'anima vostra riderà con gioia nel prosieguo di quell'attimo fatuo
di vita la felicità vi porterà l'amore… nella fede del Signore.
Dio, il mio corpo morto pervaso di dolore ti ringrazia mah ora basta!
non né può più… la pelle stracciata è tutta esausta.
Io non sò più dove stipare la sofferenza, tutto! Ho buttato del mio
guardaroba ho lasciato solo l'abito nero.
I cassetti del comodino e del comò sono zeppi di pazienza stipata
con l'armadio saturo, sfiamata per seccare il pianto dell'appesa sofferenza…
non sò più cosa farci qui  marcisce pure l'aria nella stanza.
Basta! Al fin soffrire non voglio putrefare oltre l'aria esterna
con il mio respiro.