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casa natale di Gabriele Dannunzio
Poesia di Gabriele D'Annunzio
La Musa ai bagni 

Cantami, O verde Musa balnearia, 
oggi il vago paese di Pescara, 
dove un medicinal balsamo è l'aria 
e la pigion di casa non è cara, 
dove una grande selva solitaria 
cresce tra l'acqua dolce e l'acqua amara, 
una selva che l'ombre ha profumate 
e benigne a le coppie innamorate. 
Il marchese del Vasto è pio' signore 
de la selva che tante arene abbraccia. 
Ivi chiome di pini ampie e canore 
ondeggiano; e ciascun tronco s'allaccia 
a l'altro; e ne 'l misterio de l'albore 
i tronchi paion centomila braccia 
che tutte si protendano ne l'alto, 
pronte ad un qualche gigantesco assalto.
Ivi i bagnanti, e le bagnanti, quando

tramonta Febo dietro Montecorno,
si sparpagliano a stuoli, e ragionando
vanno e cogliendo le mortelle in torno.
Se de la luna il corno venerando
sale ne 'l ciel, l'acuto e roseo corno,
fioriscon l'ecloga ed il reuma a 'l lume
castissimo, secondo il buon costume.
Or migrano da l'Aquila, da Chieti,
da Teramo, da tutte le province,
i cittadini; e vengono ai quieti
lidi d'Aterno, qui dove li vince
l'ozio beato a l'ombra dei mirteti
(oh rima rara come occhio di lince!),
e dove la salubre aura marina
tanta ha copia di sale e di resina.
Da l'altra parte, che Castellammare
si appella, sorge uno stabilimento;
sorgono molte ville ilari e chiare
lungo la strada; e in fresco ondeggiamento
i platani da 'l tronco secolare
lungo la strada cantano co 'l vento.
Van smorzando la polve annaffiatoi
rustici, tratti da cavalli e buoi.
Bello è veder passare i comunali
annaffiatoi per la riarsa via!
Dolce è sentir suonare in su i piazzali
l'organetto gentil di Barberia!
Dolce è sorbire i pezzi glaciali,
a 'l Caffè grande, in lieta compagnia,
e quindi su le tavole sonanti
danzar con le pieghevoli bagnanti!
Ma più bello e più dolce anco è vedere
il solco de le membra feminine
per mezzo a l'acque e l'onda de le nere
o bionde chiome a l'aure levantine
e il furtivo apparir, tra le leggere
spume, di spalle marse o marrucine,
e di ginocchi teramani, e d'anche
frentane e di vestine gambe bianche.
Voi, o signora, a cui dentro i quieti
laghi delli occhi amor torpido stagna,
e brilla qual ne' fondi alti e secreti
l'oro de le galee del re di Spagna,
voi, diva in una corte di poeti
macra che vi sospira e che si lagna,
perché occultate il bel corpo ideale
a noi, temendo l'ira maritale?
E voi, signora dalle chiome flave
e da la pelle bianca più che latte,
e voi, signora a cui dentro il soave
occhio l'azzurro col verde combatte,
e voi, signora da 'l sorriso grave
e dall'ampie pupille stupefatte,
voi perché, paventando le fortune
de l'acqua, non lasciate mai la fune?
Or taci, Musa verde. Immenso raggi a
ne 'l pieno sole pomeridiano
il mare, e pe 'l silenzio de la spiaggia
perde si lentamente il canto vano.
Vieni, o Musa: facciam opera saggia.
Vieni: ci annegheremo piano piano.
O cronisti, o cronisti, o tutti voi
colpevoli, annegatevi con noi!

La Tribuna, 9 agosto 1885

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