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Il dialogo tra Antigone e il coro
di Gabriele D'Annunzio

(dall' «Antigone» di Sofocle)
IL CORO
Eros nella pugna invitto,
Eros, che precipiti le fortune,
che su le molli gote
della vergine ti poni in agguato,
che erri oltremare e per le capanne agresti!
E nessuno tra gli Immortali può fuggirti
e nessuno tra gli uomini efimeri, e chi ti ha è furente.
Tu dei giusti i traviati
spiriti volgi alla mina;
e tu anche a questa lite
incitasti i consanguinei.
Vince la chiara lusinga degli occhi d'una sposa
diletto sa, in contrasto alle grandi leggi.
Insuperabile irride la dea Afrodita.
Ed io medesimo già fuor delle leggi
son tratto, questo vedendo: né ritenere
più oltre io posso le fonti delle lacrime
vedendo verso il talamo che tutto sopisce
avanzarsi questa Antigone.
ANTIGONE
Vedete me, o cittadini della terra paterna,
nell' ultima via
entrare, l'ultimo splendore
del sole rimirare,
e quindi innanzi mai più! Ade, che
tutto sopisce, viva mi conduce
al lido di Acheronte,
e priva delle nozze.
Non l'inno nuziale mai
mi cantò; ché io sposerò Acheronte ...
IL CORO
Così dunque, illustre e lodata,
tu andrai verso le sedi occulte dei Morti;
non consunta dai morbi voraci
né sorteggiata come preda di guerra,
ma libera, ma vivente, sola
tra i mortali, scenderai nell' Ade.
ANTIGONE
Udii come già miserrima perisse
l'ospite frigia,
figlia di Tantalo, in cima al Sipilo;
cui com' edera tenace
inviluppò la germinazione lapidea; né le piogge su lei
che si strugge,
com'è fama tra gli uomini,
né le nevi cessano giammai;
ma sempre coi lacrimanti occhi bagna ella quei gioghi. Me
molto a lei simile, me un nume stende nel sonno ...

da La ciità morta 1898

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