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Orfeo
Frammento d'un poema obliato 
di Gabriele D'Annunzio

Il munifico sire Autunno, il dio 
cui non più la matura uva compone 
intorno il nero crin cerchio d'oblìo 
né come al fauno del selvaggio Edone 
alto in man brilla il cembalo giulìo 
(ben cingon la sua fronte ardua corone 
di gemme e l'occhio cerulo gli langue 
profondamente quasi che del sangue 
ei nudrisca una lenta passione) 
riverso in nube per i vitrei seni 
lucida al sole come un rogo ardente, 
quali d'àrbori forme in rii sereni 
vede pender ne l'aria agilemente 
i fastigi de' templi, e sciolta ai leni 
spirti de l'aria dà la chioma aulente 
che il ciel solca, celeste fiume d'oro, 
dietro lasciando un fremito sonoro 
a cui guardan le turbe umane intente. 
Lui seguon pe 'l viaggio, in un corteo 
lungo e composto, cento giovinetti.
Han l'arco più che quello d'Odisseo

grande e lunato, in fascio han dardi eletti;
anche han palvesi; e portan su 'l febeo
capo una sorta di vermigli elmetti
ricoprenti la gota, a mo' de' Frigi,
a mo' del biondo cavalier Parigi.
Nudi e in tutte le membra ei son perfetti.
Perfetti come se dal fior de' parii
marmi avesseli tratti Prassitèle,
muovono insieme i cento Sagittarii,
al magnifico iddio coro fedele.
Brandiscono i gravi archi in gesti varii,
però che frema ne la man crudele
il disìo de la strage e de la gloria
e risuonino ancor ne la memoria
le gran selve terrestri, di querele.
Argàbalo n'è il buono imperadore
che tiene in pugno il gonfalon levato,
Argàbalo che molto dal signore
teneramente è sopra gli altri amato.
Aureo porta l'elmetto e un giustacuore
nitido, di finissimo broccato.
Adergesi com'aquila in ardire,
su 'l capo udendo il gonfalon garrire.
Brilla di gemme il piede coturnato.
Così va la milizia, al suo comando,
raccolta presso il dio; ma se in cortesi
ludi per l'aria s'apre a quando a quando
come s'apre un' aurora, a vol sospesi
guizzano i corpi snelli balenando
e co' i dardi e co' li archi e co' i palvesi
fingon nuove a la vista meraviglie.
Alto ridono, simili a vermiglie
fiamme, gli elmetti dal gran sole accesi.
Il dio, poggiato in su la palma il mento
imberbe, a torno gli Umidi occhi gira.
- Non più - mormora - i giuochi de' miei Cento
cui par che guidi il suono d'una lira
così nobile è il lor componimento
e armoniosa la lor flòrea spira,
non più recan diletto al cuor profondo!
Qual male ignoto dentro me nascondo,
che sì forte mi crucia? - il dio sospira.
Sospira ei dietro a la sua disianza
ignota; e chiama il buono imperadore.
- Fa che cessi d'in torno ogni esultanza,
o Argàbalo, però che del mio cuore
il Dolore fatto abbia la sua stanza! _
Pronti, al comando, frenano l'ardore
i Sagittarii; e seguon tristamente.
Suonano ancor ne la memoria ardente
le gran selve terrestri, di clamore.
Di clamore e de l'armi e de' gran corni
risonavan le selve allor passare.
Vedeansi lungi per i bui soggiorni
i meandri de' fiumi balenare.
Se i nudi cacciatori in su' ritorni
venia la ninfa pavida a spiare,
Scorgeano quelli in tra la fronda il molle
velo, ed un foco in tutte le midolle
correva. - Oh non mai van perseguitare!
Oh dolce cosa ancor di sangue tinti
premere l'orme de la fuggitiva
giovine, a gara per que' laberinti
ove i culmini il vespero feriva;
lei ghermir; tra la chioma di giacinti
cogliere il fior de la sua bocca viva! -
Seguono in van la desiata effigie.
Tal fino al labro era ne l'onde stigie
Tantalo, e il bel giardin vicin fioriva.

Venezia ottobre 1887

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