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tomba di carducci
Canzone per la tomba di Giosuè Carducci
di Gabriele D'Annunzio

Madre turrita, qual trionfo tuona
oggi lungh'esso il portico solenne,
dove la neve è come fermo ardore?
In te la Libertà si rincorona
col ramo tronco dalla tua bipenne,
domato il tiglio dell'Imperatore?
E rifarsi romano il tuo valore
senti improvviso come allor che sola
tu glossa ed azza, tu balestra e giure
trattavi con man dure,
latina alla tua guerra e alla tua scola,
dalla bocca magnanima d'Irnerio
redando il verbo dell'antico imperio?

O città roggia, pe' tuoi muri accesi
I grumi del tuo sangue più rubesto
splendono come in giorno combattuto?
Popolo di Bologna, alza i palvesi
della tua giovinezza intorno a questo
ultimo de' tuoi Consoli caduto.
E tutte le tue trombe su Lui muto
suona come nel maggio di Fossalta
per il Re catenato alla tua gloria.
E il segno di vittoria, il gonfalon crociato,
in cima all'alta asta garrisca
e ad ora ad or percuota
Lui sul carroccio dalla ferrea ruota.

Lui non traggano in bara cui sovrasti
l'usata coltre i gravi di gramaglia
cavalli addotti fra la pompa vana;
ma nel carroccio i buoi d'Emilia vasti
che mugghiavano in mezzo alla battaglia,
squillando su l'antenna la campana.
E nella piazza tua republicana,
tra il tuo Palagio ed il tuo Tempio, o gente
concorde, intendi il cuore e ti sofferma;
che vedrai forse un'erma
Ombra salir silenzïosamente
da quel deserto cui gran fato incombe,
dove Ravenna cova le sue tombe.

Vedrai salir nel ciel trascolorito,
sopra la selva delle torri fosca,
la sdegnosa di pace Ombra eternale.
Chinarsi la vedrai dall'infinito
silenzio, come s'ella riconosca
il suo vestigio nella spoglia frale;
poi crescer lume con un batter d'ale
intorno al fronte dell'eroe supino
che da lei seppe come l'uom s'eterna;
e al Sol che sempre verna
assumere con impeto aquilino
la superstite forza di quel canto
che fece il santo Nome a noi più santo.

Necessità del fuoco, hai risplenduto!
Come il vicin suo grande, anch′Egli in piaggia
fatale ha la divina sua foresta:
non sul lito di Chiassi, ove il rifiuto
del flutto è ancor grandezza e la selvaggia
voce del vento immensi orgogli attesta ;
ma sul lito di Luni ove non resta
se non la polve dei sepolcri, e il carme
dell' àugure, e il veggente occhio del Sole.
Quivi certo Egli vuole,
alto combattitor spoglio dell'arme,
sul rogo estrutto nel mattin sereno
esser fiamma tra l'Alpe e il Mar Tirreno.

O fùnebre convoglio per l'arcana
dei gioghi solitudine ove udiva
Egli cozzar degli avi umbri le scuri!
Primo grido dell'aquila apuana,
scoppio dei fonti dalla rupe viva,
apparito candor dei marmi puri!
Alla forza dei fiumi nascituri,
all'ignota beltà dei simulacri
profondàti nell'ìnvide matrici,
e a voi, liberatrici
Muse dal vasto petto, si consacri
il fuoco impenetrabile. E tu il coro
muovi, Polimnia dalla bocca d'oro.

Tutta la morte della terra etrusca
sente il prodigio e freme di memoria:
il bronzo vibra in fondo all'ipogeo?
Maravigliosamente il Mar corusca,
dalla Palmària fino alla Melòria:
per le navi dei Mille o d'Odisseo?
Approda il teschio del treicio Orfeo,
forse, sul giogo della cava lira
navigante dal freddo Ebro lontano?
O forse è quel Titano
entro virginee forme, che sospira
per Antigone e il talamo le appresta
ineffabile a fior della tempesta?

Or Clio, mentre s'incenera la salma
fra il croscio degli aromi, le sue sante
mani protende verso il cuore intatto.
Lo rapisce all'incendio; e nella palma
lo solleva qual porpora fumante
verso il Sole, bellissima nell'atto.
«Ed ecco» dice «questo cuor che ho tratto
dal fuoco impenetrabile (s'aduna
ancóra in lui la rossa ira dell'Ode),
o Sol, questo cuor prode
io lo darò pegno d'amore ad Una
che taciturna sta nelle sue lande,
o Sole, e nulla scorgi di più grande.
Rechi il mésso tra l'Àposa ed il Reno
le ceneri del duro artiere insonne;
e l'arca di granito le comprenda.
Tra il popol rude, a torbido e a sereno,
riposi l'arca su le sue colonne
per l'ombra china della Garisenda.
Ma questo cuor, che fu della tremenda
e dolce Roma, Roma custodisca
nel Fòro ove più Roma è taciturna,
tra il Fonte di Giuturna
e i sepolcreti della gente prisca.
Oda ancóra discender nel sacrario
le custodi del Fuoco solitario!»

Compagna ardente della mia vigilia
ch'io vigilai tenendomi in disparte
per l'animo agguagliare al gran retaggio,
Canzon, tu vammi ostaggio
ch'io guarderò mia lede a Lui che parte.
La fiaccola che viva Ei mi commette
l'agiterò su le più aspre vette.

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