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Canto di festa per calendimaggio
di Gabriele D'Annunzio 

Uomini, qual mai voce oggi si spera
nei campi della terra taciturna,
nelle città fatte silenziose,
nei puri solchi del rinato pane
e nelle selci delle vie maestre?
Qual parlerà vento di primavera
mentre si tace l’opera diurna,
se il giusto Sole genera le rose
presso le soglie e intorno alle fontane,
lungo le siepi e su per le finestre?
Uomini, qual s’attende messaggera
che tra le man sue certe arrechi l’urna
dei beni ignoti e, pallida di cose
ineffabili, annunzii la dimane
alla potenza del dolor terrestre?

Uomini operatori, anime rudi
ansanti nei toraci vasti, eroi
fuligginosi cui biancheggian buoni
i denti in fosco bronzo sorridenti
e le tempie s’imperlano di stille;
voi che torcete il ferro su le incudi,
il pio ferro atto alle froge dei buoi,
alle unghie dei cavalli, atto ai timoni

dei carri, atto agli aratri, agli strumenti
venerandi delle opere tranquille,
voi presso il fuoco avito seminudi
artieri delle antiche fogge; e voi
negli arsenali ove dà lampi e tuoni
il maglio atroce su le piastre ardenti,
atleti coronati di faville;

e voi anche, nei porti ove la nave
onusta approda, onde si parte onusta,
che recate su l’òmero servile
con vece alterna le ricchezze impure
fluttuanti nel traffico del mondo;
o voi che a piè delle inesauste cave,
pel nobile arco e per la porta angusta,
pel tempio insigne e pel fumoso ovile,
polite nelle semplici misure
la pietra che azzurreggia o il marmo biondo;
e voi, destri in quadrar la sana trave
pel tetto, in far la madia di robusta
quercia e di bosso l’arcolaio gentile,
inchini al pianto delle fibre dure
sotto la pialla o al tornio fremebondo;

uomini solitarii, su l’erbosa
via dove giunge suono di campane

fioco e quell’erba assorda il passo raro,
dati all’opra dei padri, senza pena
e senza gioia e senza mutamento;
uomini in alleanza minacciosa
di volontà ribelli entro l’immane
opificio vorace ove l’acciaro
con suo moto infallibile balena
ostile come nel combattimento;
o uomini, oggi che il lavoro posa
e il sudore non bagna il vostro pane
e letifica tutti gli occhi il chiaro
giorno, ascoltate la voce serena
che spazia ai campi e alle città sul vento.

Or si tace stridore di metalli,
rombo d’acque, e il vostro ànsito, operai.
Stan mute nel mistero le immortali
Forze signoreggiate dai congegni
lucidi e vigilate dagli schiavi.
Il sol di maggio brilla su i cristalli
dei tetti immensi come su i ghiacciai.
Tinte in sanguigno, dentro gli arsenali
ove marcì la Gloria in vecchi legni,
le ferrate carcasse delle navi
grandeggiano deserte. O poggi, o valli,
o per ovunque nevi di rosai!

Rondini su l’argilla dei canali
molli! Ombre delle nubi e soffii pregni
di pòlline su i pascoli soavi!

Torbidi uomini, uscite dalle porte,
disertate le mura ove il tribuno
stridulo, ignaro del misterioso
numero che governa i bei pensieri,
dispregia il culto delle sacre Fonti;
però che il verbo della nova sorte
ultimamente vi dirà sol uno
che ascoltato abbia il canto glorioso
dei secoli e con gli occhi suoi sinceri
contemplato il fulgor degli orizzonti.
Sol chi si nutre della terra è forte.
Glorificate in voi la Madre! Ognuno
la sentirà presente al suo riposo.
Di beltà si faran gli animi alteri,
di nobiltà s’accenderan le fronti.

È tutto il cielo come un fermo sguardo
su voi, ma l’erbe un palpito frequente
hanno come le ciglia per soverchio
lume. E gli olivi son come una veste
di verità su i colli inginocchiati.
Il fiume lento, simile al vegliardo,

reca la verità; pure il silente
lago la custodisce nel suo cerchio
di rupi; e l’armonia delle foreste
l’accompagna, e l’allodola dei prati.
Sembra che in ogni gleba un cuor gagliardo
pulsi. Ed ecco il passato a voi presente
come un sepolcro che non ha coperchio!
Ricca è l’antica Madre onde nasceste.
La sua mammella abbeveri i suoi nati.

Poi, Sol calando, ai reduci dal puro
giòlito la Città sembri d’amore
ardere co’ i palagi e le fucine,
co’ i lupanari e con le cattedrali,
oh come bella, avida e furibonda!
Il gesto dell’eroe verso il futuro
amplia la piazza; sola erge il vigore
d’una gente la torre; alle ruine
auguste sopra seggono fatali
presagi; sta nell’anima profonda
la virtù del pensiero nascituro;
la volontà si tempra nel dolore;
l’atto sublime sfolgora; divine
armonie surgon dai più crudi mali.
Glorificate la Città feconda!

Quivi restò la testimonianza
della forza magnifica e pugnace
che ben commetter seppe il marmo, eletto
nei monti ad eternar la sua memoria.
Uomini, in voi glorificate l’Uomo!
Il superbo disìo della possanza
quivi trovar soleva la sua pace
nell’edificio esculto, ai cieli eretto
qual visibile canto di vittoria.
Uomini, in voi glorificate l’Uomo!
Il vestimento d’ogni alta speranza
è la bellezza. Ogni conquista audace
non par compiuta, in terra, se un perfetto
fior non s’esprima dall’umana gloria.
Uomini, in voi glorificate l’Uomo!

Or quella torna, ch’era dipartita,
del Mare Egeo mirabil Primavera?
Par che un ìgneo spirito si mova
dal santo lido ad infiammare il mondo.
Glorifichiamo in noi la Vita bella!
La bellezza escir può dall’incallita
mano del fabro, s’ei la sua preghiera
alzi verso le Forme dalla nova
anima sua piena d’ardor giocondo.
Glorifichiamo in noi la Vita bella!

Sol nella plenitudine è la Vita.
Sol nella libertà l’anima è intera.
Ogni lavoro è un’arte che s’innova.
Ogni mano lavori a ornare il mondo.
Glorifichiamo in noi la Vita bella!

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