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Zaccheo
Poesia di Erasmo Sebastiano
Zaccheo ‘o scarrafone

“Tappo!”; “Puffo!”; “Nanetto!”…
questi e altri i suoi appellativi da bambino,
ricevuti da altri bambini,
crudeli nella loro verità.

Primo nella fila in ordine di altezza,
ma sempre ultimo in ogni sport:
gambe troppo corte per competere nella corsa,
braccia che arrivavano dove gli altri cominciavano…

Una rabbia in corpo verso tutti gli “alti”,
e per tutti i “normali” che si sbeffeggiavano di lui.
“Vi farò vedere io chi sono!”
e la sua vendetta: di arrivare più in alto degli alti. “Capo dei pubblicani!”

Ricco, con il conto in banca più alto di tutti;
“Presidente!”, e chiunque, al suo passare si doveva abbassare nella polvere;
e che, dal suo castello, stava a guardare tutti dall’alto in basso.
Potente, ma infelice.

Ovviava alla sua bassezza in ogni modo:
avanzando sul cavallo o con i tacchi alti agli stivali;
stando sui gradini più alti delle scalinate o salendo sugli alberi…
Saliva, saliva… ma sempre infelice era.

Passò lui e lo chiamò: “Zaccheo!”
finalmente qualcuno lo chiamava con il suo nome, e non con epiteti vari:
“Mi chiama, vuole me, proprio me!
Quale onore! Che gioia!”

Chiamato per nome, per quello che avrebbe sempre voluto essere
“Zaccheo” e non altro (per la sua bassezza o i suoi soldi
o l’importanza acquisita per una raccomandazione o per un prestito a usura).
Semplicemente “Zaccheo”, il Suo nome.

Vuole me, si vuole fermare a casa mia…
ma chi sono veramente io per meritarmi questo privilegio?
“Sei figlio di Abramo!”
Quindi… appartieni a Dio.

E lui ti ama non per quello che hai o per l’altezza o la grassezza
ma perché sei Suo: suo figlio,
e ai suoi occhi saraii sempre bello così come ti ha creato:
Ogni scarrafone è bell’ a mamma soja!

Napoli 3 novembre 2013