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La giornata di un nevrastenico
(Bologna)

di Dino Campana

La vecchia città dotta e sacerdotale era avvolta di nebbie nel pomeriggio di dicembre. I colli trasparivano più lontani sulla pianura percossa di strepiti.
Sulla linea ferroviaria si scorgeva vicino, in uno scorcio falso di luce plumbea lo scalo
delle merci.
Lungo la linea di circonvallazione passavano pomposamente sfumate figure femminili, avvolte in pelliccie, i cappelli copiosamente romantici, avvicinandosi a piccole scosse automatiche, rialzando la gorgiera carnosa come volatili di bassa corte.
Dei colpi sordi, dei fischi dallo scalo accentuavano la monotonia diffusa nell’aria.
Il vapore delle macchine si confondeva colla nebbia: i fili si appendevano e si riappendevano ai grappoli di campanelle dei pali telegrafici che si susseguivano automaticamente.

***


Dalla breccia dei bastioni rossi corrosi nella nebbia si aprono silenziosamente le lunghe vie.
Il malvagio vapore della nebbia intristisce tra i palazzi velando la cima delle torri, le lunghe vie silenziose deserte come dopo il saccheggio.
Delle ragazze tutte piccole, tutte scure, artifiziosamente avvolte nella sciarpa traversano saltellando le vie, rendendole più vuote ancora.
E nell’incubo della nebbia, in quel cimitero, esse mi sembrano a un tratto tanti piccoli animali, tutte uguali, saltellanti, tutte nere, che vadano a covare in un lungo letargo un loro malefico sogno.

***

Numerose le studentesse sotto i portici. Si vede subito che siamo in un centro di cultura.
Guardano a volte coll’ingenuità di Ofelia, tre a tre, parlando a fior di labbra.
Formano sotto i portici il corteo pallido e interessante delle grazie moderne, le mie
colleghe, che vanno a lezione!
Non hanno l’arduo sorriso d’Annunziano palpitante nella gola come le letterate,
ma più raro un sorriso e più severo, intento e masticato, di prognosi riservata, le scienziate.

***

(Caffè) E’ passata la Russa. La piaga delle sue labbra ardeva nel suo viso pallido.
E’ venuta ed è passata portando il fiore e la piaga delle sue labbra.
Con un passo elegante, troppo semplice e troppo conscio è passata.
La neve seguita a cadere e si scioglie indifferente nel fango della via.
La sartina e l’avvocato ridono e chiacchierano.
I cocchieri imbacuccati tirano fuori la testa dal bavero come bestie stupite.
Tutto mi è indifferente.
Oggi risalta tutto il grigio monotono e sporco della città.
Tutto fonde come la neve in questo pantano: e in fondo sento che è dolce questo dileguarsi di tutto quello che ci ha fatto soffrire.
Tanto più dolce che presto la neve si stenderà ineluttabilmente in un lenzuolo
bianco e allora potremo riposare in sogni bianchi ancora.

C’è uno specchio avanti a me e l’orologio batte: la luce mi giunge dai portici a traverso le cortine della vetrata.
Prendo la penna: Scrivo: cosa, non so: ho il sangue alle dita: scrivo: «l’amante nella penombra si aggraffia al viso dell’amante per scarnificare il suo sogno..... ecc. ».
(Ancora per la via ) Tristezza acuta. Mi ferma il mio antico compagno di scuola,
già allora bravissimo ed ora di già in belle lettere guercio professor purulento:
mi tenta, mi confessa con un sorriso sempre più lercio.
Conclude: potresti provare a mandare qualcosa all’Amore Illustrato (Via).
Ecco inevitabile sotto i portici lo sciame aereoplanante delle signorine intellettuali,
che ride e fa glu glu mostrando i denti, in caccia, sembra, di tutti i nemici della scienza e della cultura, che va a frangere ai piedi della cattedra.
Già è l’ora! vado a infangarmi in mezzo alla via: l’ora che l’illustre somiero rampa con il suo carico di nera scienza catalogale .

Sull’uscio di casa mi volgo e vedo il classico, baffuto, colossale emissario.
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Ah! i diritti della vecchiezza! Ah! quanti maramaldi!

(Notte) Davanti al fuoco lo specchio.
Nella fantasmagoria profonda dello specchio i corpi ignudi
avvicendano muti: e i corpi lassi e vinti nelle fiamme inestinte e mute,
e come fuori del tempo i corpi bianchi stupiti inerti nella fornace opaca:
bianca, dal mio spirito esausto silenziosa si sciolse, Eva si sciolse e mi risvegliò.
Passeggio sotto l’incubo dei portici.
Una goccia di luce sanguigna, poi l’ombra, poi una goccia di luce sanguigna,
la dolcezza dei seppelliti.
Scompaio in un vicolo ma dall’ombra sotto un lampione s’imbianca un’ombra che ha le labbra tinte.
O Satana, tu che le troie notturne metti in fondo ai quadrivii, o tu che dall’ombra mostri l’infame cadavere di Ofelia, o Satana abbi pietà della mia lunga miseria!

 

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