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Poesia di Carlo Porta
Poesia di Carlo Porta

La preghiera

Donna Fabia Fabron de Fabrian
l’eva settada al foeugh sabet passaa
col pader Sigismond ex franzescan,
che intrattant el ghe usava la bontaa
(intrattanta, s’intend, che el ris coseva)
de scoltagh sto discors che la faseva.

Ora mai anche mì don Sigismond
convengo appien nella di lei paura
che sia prossima assai la fin del mond,
chè vedo cose di una tal natura,
d’una natura tal, che non ponn dars
che in un mondo assai prossim a disfars.

Congiur, stupri, rapinn, gent contro gent,
fellonii, uccision de Princip Regg,
violenz, avanii, sovvertiment
de troni e de moral, beffe, motegg
contro il culto, e perfin contro i natal
del primm Cardin dell’ordine social.

Questi, don Sigismond, se non son segni
del complemento della profezia,
non lascian certament d’esser li indegni
frutti dell’attual filosofia;
frutti di cui, pur tropp, ebbi a ingoiar
tutto l’amaro, come or vò a narrar.

Essendo jeri venerdì de marz
fui tratta dalla mia divozion
a Sant Cels, e vi andiedi con quel sfarz
che si adice alla nostra condizion;
il mio copé con l’armi, e i lavorin
tanto al domestich quanto al vetturin.

Tutte le porte e i corridoj davanti
al tempio eren pien cepp d’una faragin
de gent che va, che vien, de mendicanti,
de mercadanti de librett, de immagin,
in guisa che, con tanto furugozz,
agio non v’era a scender dai carrozz.

L’imbarazzo era tal che in quella appunt
ch’ero già quasi con un piede abbass,
me urtoron contro un pret sì sporch, si unt
ch’io, per schivarlo e ritirar el pass,
diedi nel legno un sculaccion si grand
che mi stramazzò in terra di rimand.

Come me rimaness in un frangent
di questa fatta è facil da suppor:
e donna e dama in mezz a tanta gent
nel decor compromessa e nel pudor
è più che cert che se non persi i sens
fu don del ciel che mi guardò propens.

E tanto più che appena sorta in piè
sentii da tutt i band quij mascalzoni
a ciuffolarmì dietro il va-via-vè!
Risa sconce, improperi, atti buffoni,
quasi foss donna a lor egual in rango,
cittadina… merciaja… o simil fango.

Ma, come dissi, quel ciel stess che in cura
m’ebbe mai sempre fino dalla culla,
non lasciò pure in questa congiuntura
de protegerm ad onta del mio nulla,
e nel cuor m’inspirò tanta costanza
quant c’en voleva in simil circostanza.

Fatta maggior de mi, subit impongo
al mio Anselm ch’el tacess, e el me seguiss,
rompo la calca, passo in chiesa, giongo
a’ piedi dell’altar del Crocifiss,
me umilio, me raccolgo, e po a memoria
foo al mio Signor questa giaculatoria:

Mio caro buon Gesù, che per decreto
dell’infallibil vostra volontà
m’avete fatta nascere nel ceto
distinto della prima nobiltà,
mentre poteva a un minim cenno vostro
nascer plebea, un verme vile, un mostro:
io vi ringrazio che d’un sì gran bene
abbiev ricolma l’umil mia persona,
tant più che essend le gerarchie terrene
simbol di quelle che vi fan corona
godo così di un grad ch’è riflession
del grad di Troni e di Dominazion.
Questo favor lunge dall’esaltarm,
ome accadrebbe in un cervell leggier,
non serve in cambi che a ramemorarm
la gratitudin mia ed il dover
di seguirvi e imitarvi, specialment
nella clemenza con i delinquent.
Quindi in vantaggio di costor anch’io
v’offro quei preghi, che avii faa voi stess
per i vostri nimici al Padre Iddio:
Ah sì abbiate pietà dei lor eccess,
imperciocchè ritengh che mi offendesser
senza conoscer cosa si facesser.
Possa st’umile mia rassegnazion
congiuntament ai merit infinitt
della vostra acerbissima passion
espiar le lor colpe, i lor delitt,
condurli al ben, salvar l’anima mia,
glorificarmi in cielo, e così sia.

Volendo poi accompagnar col fatt
le parole, onde avesser maggior pes,
e combinare con un po’ d’eclatt
la mortificazíon di chi m’ha offes
e l’esempio alle damme da seguir
ne’ contingenti prossimi avvenir,

sòrto a un tratt dalla chiesa, e a quej pezzent
rivolgendem in ton de confidenza,
Quanti siete, domando, buona gent?…
Siamo ventun, rispondon, Eccellenza!
Caspita! molti, replico,… Ventun?…
Non serve: Anselm?… Degh on quattrin per un.

Chì tas la Damma, e chì Don Sigismond
pien come on oeuv de zel de religion,
scoldaa dal son di forzellinn, di tond,
l’eva lì per sfodragh on’orazion,
che se Anselm no interromp con la suppera
vattel a catta che borlanda l’era!

Traduzione
Carlo Porta
La preghiera

Donna Fabia Fabroni di Fabriano
era seduta accanto al fuoco sabato passato
col padre Sigismondo, un ex francescano,
che nel frattempo le usava la bontà
(nel frattempo s’intende che il riso cuoceva)
di ascoltare questo discorso che lei faceva.

Ormai anch’io, don Sigismondo,
condivido pienamente la sua paura
che sia vicina la fine del mondo,
perché vedo cose di una tal natura,
di una natura tale che possono esserci
soltanto in un mondo molto prossimo a disfarsi.

Congiure, stupri, rapine, persone contro persone,
tradimenti, uccisioni di principi ereditari,
violenze, angherie, sovvertimenti
di troni e di morale, beffe, motteggi
contro il culto e perfino contro i natali
del primo Cardine dell’ordine sociale.

Questi, don Sigismondo, se non son segni
del compimento della profezia,
non mancano certamente d’essere
gli indegni frutti dell’attuale filosofia,
frutti di cui, purtroppo ebbi a ingoiare
tutto l’amaro, come ora le racconto.

Essendo ieri venerdì di marzo
fui spinta dalla mia devozione
a San Celso e vi andai con quello sfarzo
che si addice alla nostra condizione;
il mio coupé con lo stemma e gli alamari
tanto al domestico quanto al cocchiere.

Tutte le porte e i corridoi davanti
al tempio erano pieni zeppi d’una farragine
di gente che va, che viene, di mendicanti,
di venditori di libretti, d’immagini,
per cui con tutto quel trambusto
non era agevole scendere dalle carrozze.

L’imbarazzo era tale che mentre ero appunto
già quasi con un piede a terra,
mi spinsero contro un prete così sporco, così unto
che io, per schivarlo e fare un passo indietro,
andai a sbattere col sedere contro il legno
tanto forte che stramazzai a terra di rimando.

Come sia rimasta in una situazione
di questo genere è facile supporre:
e donna e dama in mezzo a tanta gente
compromessa nel decoro e nel pudore,
è più che certo che se non persi i sensi
fu grazia del cielo che mi guardò benevolo.

E tanto più che appena alzata in piedi
sentii da tutte le parti quei mascalzoni
zufolarmi dietro il va via vé!
Risa sconce, improperi, atti buffoneschi
quasi fossi donna nel rango uguale a loro,
cittadina… merciaia… o simile fango.

Ma, come dissi, quel cielo stesso che in cura
mi ebbe sempre sin dalla culla,
non tralasciò neppure in questa congiuntura
di proteggermi ad onta del mio esser nulla,
e nel cuore m’ispirò tanta costanza
quanta ce ne voleva in quella circostanza.

Appellandomi a tutte le mie forze, subito ordino
al mio Anselmo di tacere e di seguirmi,
rompo la calca, entro in chiesa, giungo
ai piedi dell’altare del Crocifisso,
mi umilio, mi raccolgo in meditazione, poi a memoria
faccio al Signore questa giaculatoria.

Possa quest’umile mia rassegnazione,
congiuntamente ai meriti infiniti
della vostra acerbissima passione,
espiare le loro colpe, i loro delitti,
condurli al bene, salvare l’anima mia,
glorificarmi in cielo, e così sia.

Volendo accompagnare con un fatto concreto
le parole, in modo che avessero maggiore peso,
e combinare con un po’ di eclat*
la mortificazione di chi mi ha offeso
e l’esempio alle dame da seguire
nei contingenti prossimi avvenire,

esco d’improvviso dalla Chiesa, e a quei pezzenti,
rivolgendomi in tono di confidenza,
Quanti siete, domando, buona gente?…
Siamo ventuno, rispondono, Eccellenza.
Caspita! Molti, replico, Ventuno?
Non importa. Anselmo, dategli un quattrino per uno.

Qui tace la dama e qui non Sigismondo,
pieno come un uovo di zelo di religione,
scaldato dal suono delle forchette, dei piatti,
era lì per sfoderarle un’orazione,
che, se Anselmo non avesse interrotto con la zuppiera,
vattelapesca che sproloquio sarebbe stato!

Carlo Porta compone in dialetto milanese. In questa poesia coglie una nobile donna - Fabia Fabron De Fabrian - pretensiosa e piena di sussiego, dispregiatrice di coloro che non sono della sua condizione sociale; ed il mondo andava invece verso l'uguaglianza, contro i vecchi privilegi di nascita e di qualsiasi altro genere. Il brano che è ricco di spirito satirico, che si cela sotto l'arguzia e la comicità.
«La fine del mondo è vicinissima - dice la dama, seduta accanto al fuoco del caminetto, a don Sigismondo - ed i frutti« de l'attuaI filosofia (le idee della rivoluzione francese) li ho dovuti ingoiare pure io, in tutta la loro amarezza. State a sentire che cosa m'è accaduto.