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Poesia di Bertolt Brecht 
Del nuotare in laghi e fiumi

1
Nella pallida estate, quando i venti nell'alto

solo tra le fronde dei grandi alberi mormorano,
si deve giacere nei fiumi o negli stagni
come le alghe dove i lucci dimorano.
Il corpo diviene leggero nell'acqua. Se il braccio
leggero cade dall'acqua nel cielo
- poiché lo prende per bruna ramaglia -
lo culla nell'oblio il venticello.

2

Nel cielo a mezzodì grande è il silenzio.
Si chiudono gli occhi se giungono le rondini.
La mota è calda. Se fredde bolle sgorgano
si sa: un pesce ha nuotato attraverso di noi.
Il mio corpo, la coscia e il braccio quieto,
tutti uniti quietamente, dentro l'acqua stiamo
sdraiati. E se i freddi pesci ci nuotano attraverso
sento che il sole splende sullo stagno.

3

Quando a sera per il lungo giacere
si diventa così pigri che tutte le membra mordono,
si deve buttare tutto, con un taffete, senza riguardo
nei fiumi azzurri che rapidi corrono.
Il meglio è trattenersi fino a sera.
Perché allora arriva il pallido cielo-pescecane
torvo e vorace, passando per fiume e cespugli,
e tutte le cose sono come loro conviene.

Il bagno di Jegòruska è allegro e chiassoso, e certo non privo di attenzione e di sorpresa per il riparato angolo di mondo improvvisamente scoperto; nella poesia di Brecht, c'è invece l'incontro con l'acqua di chi hafatto di momenti consueti, quasi di abitudin, un rapporto felice e pensato con la natura. Si può dire che il poeta  «analizza» questa esperienza esprimendo tutto ciò che vi è di profondamente presente, sotto cieli che trascolorano, nell'arco della giornata.

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