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Poesia di Attila Jozsef
Rombando arrivano e partono treni

Rombando arrivano e partono treni,
fabbriche latrano, impaurite,
il crepuscolo copre di fuliggine i tetti,
lo strillone grida sotto i lampioni,
macchine corrono qua e là alla rinfusa,
scampanellano i tram in una gran processione.
Gridano i tubi luminosi al neon,
sui muri che si sprofondano nelle strade laterali
si agitano i manifesti semistaccati:
dinanzi a te, dietro te, dappertutto – lo vedi
corrono uomini con facce da manifesto,
e – si vede – fra i grandi caseggiati
cantando alleluia, vociando, gemendo, imprecando,
ansimando, freddamente, furbescamente, gesticolando,
sulla cordata umana s’arrampicano in alto uomini,
e sul collo dei viali rabbiosi si gonfiano le vene.
Si sente come gridano i muti impiegati,
si odono i passi lenti degli operai che rincasano,
come se tutti fossero vecchi sapienti,
che non hanno più nulla da fare sulla terra.
Si odono le mosse morbide delle mani dei borseggiatori
e, più distante, il rumore delle mascelle di un contadino,
che appunto adesso si è falciato un pezzo
del prato del suo vicino.
Sento tutto, io che ascolto.
Nelle ossa dei mendicanti scricchiolano gli acciacchi,
le donne mi fiutano tutto all’intorno:
ma io sono venuto da troppo lontano,
mi metto a sedere dinanzi alla soglia del mio cuore e ascolto.