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Poesia di Antonio Lepore
Una panchina

Un ragazzo che va all’università,
nello zaino la speranza di cambiare il paese,
e con il sogno di evitare morti ingiuste,
ed un pensionato senza pane,
che ha combattuto per la libertà,
e guarda la moglie stanca dei sacrifici,
le prende la mano,
“resistiamo solo per l’Italia..”,
e si abbandonano ad un abbraccio eterno,
perché qualcuno ha umiliato lo stivale,
e ha cancellato i colori del tricolore,
dalla Cappella Sistina al mare,
dall’operaio al partigiano che piange,
da me a te;

Ora c’è una foto,
che l’Italia guarda con le lacrime agli occhi,
lei ammirata da tutti,
con i film più belli,
raccontati dalle voce più emozionanti,
e colorate dal blu di Modugno,
fino ai quartieri di Napoli,
dove l’odore dell’amore è sporcato dai proiettili,
fino a Roma,
l’antichità che dà la mano al presente,
fino a Firenze,
Leonardo che anticipò il futuro,
e la nostra panchina,
dove abbiamo dato al paese il più grande amore;

Ti vedo da lontano,
contesa da quattro bastardi,
gli stessi che dicono che la Mafia non esiste,
che il cielo dovrà essere tassato,
e la raccomandazione facile,
destra e sinistra che fanno l’amore,
mentre le fabbriche chiudono,
e un padre dice di no al figlio per un giocattolo,
e le menti che emigrano,
e i grandi che si vendono le partite,
e le banche rubano le case,
acquistate con secoli di mutuo,
quando il posto fisso non era noioso,
e c’erano le commedia sexy,
il codino di Baggio,
la pipa di Pertini,
e la birra Peroni con il panino,
e c’erano gli Italiani;

Non rivoglio il passato,
desidero un presente,
che inseguirò per sempre,
come i tuoi respiri durante la notte,
che proiettano il mio amore,
per te che sei la mia Italia.

1992