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cane labrador
Poesia di Antonio Gulli
Padrone di me

Prendi del nero
prendi una coppa
gira veloce e mettici il pelo
gira il pennello e scopri una coda
mettici gli occhi aggiungi l’hennè
ecco d’un colpo… ecco Renè!
Piccolo, discreto e paziente
della gente in fondo non gli importa niente.
Bello, intrigante e accomodante
anche tra i gatti trova gli amanti.
Ingordo balordo e assente
permaloso dimesso e vanitoso
capo – scaltro – occhi di padre
abbaia da padrone a tutte le persone.
Errante e vagabondo
ribelle sotto la pelle.
Affamato quanto basta
pigro per il di’ che resta.
Seduttivo e un po’ ruffiano
dongiovanni all’occasione.
Non c’è verso di insegnargli quanto la strada è pericolosa.
Temerario – lui è il capo! – è lui l’attore e la comparsa
tu badante e testimone di una vita che è scomparsa.
Piccato sempre fa l’offeso
quando non può venirti dietro.
Nel gioco scodinzolante del guinzaglio
il muso diventa sempre raggiante.
Quando è ora alla mattina
l’uscita e l’orologio fanno rima.
E alla sera non conviene aspettare un’ora ancora.
Dignitoso urtato e testardo
si gira e ti nega persino lo sguardo
finché vinto tu dalla colpa
non gli apri quella porta.
La passeggiata è una guardata alla cagnolina desiderata
se poi è grande come una mucca si mette pure la parrucca.
Ma il gioco antico è sempre proibito ed è impedito questo rito.
Si consola sulla ruota, addosso a un muro o a una vetrina.
Il problema non è suo
ma del povero badante o dell’ignaro negoziante.
La storia non prosegue.
Viro il pensiero e inverto la rotta.
Ancora la corda non si è rotta.
Padrone di tutti padrone di me
questo è stato nel mondo Renè.
Cancello l’ombra spezzo la trama nego la sorte
Il ricordo annienta anche la morte.